«Solo recentemente ho capito che siamo tutti anelli di luce»: intervista a Claudio Damiani

 

*

Lo senti questo silenzio?

Ti sembra che sia silenzio

ma se ascolti bene

lo senti che è fatto di tante,

tantissime microscopiche voci

che scorrono una sull’altra,

così come tutti i colori

sovrapposti, uno sull’altro,

formano la luce bianca.

 

*

E questo canto, amore mio, di cicale

sotto il sole di luglio, in una campagna italiana,

cielo azzurro e poche nuvole, piccole,

odore forte di rosmarino e ginestre

e questo canto pazzo che non si ferma

nell’aria bianca bruciata

e noi, io e te, sotto questi pini

alziamo i calici e brindiamo, silenziosi,

tu vestita come una dea, con lunghe ciocche annodate

e perle tra i capelli,

là sulla collina il nostro capanno di legno

e giù lo scoglio dove passo tutte le notti

a piangere guardando il mare.

 

*

Mi dà fastidio quest’armatura così pesante,

oggi mi tolgo tutto e vado in battaglia nudo.

Perché no? Mi piacerebbe andare a combattere nudo,

voi pensate che l’armatura ci difenda davvero?

 

*

Per indossare l’armatura oggi ho impiegato due ore,

la battaglia invece è durata pochi minuti,

per togliermela ho impiegato tutto il pomeriggio,

domani non me la tolgo,

vado a dormire tutto vestito

come in una bara di ferro.

 

cieli celesti

Claudio Damiani in Cieli Celesti (Fazi Edtore, 2016) non smette di essere poeta, come leggendo in un primo momento si potrebbe credere, ma è doppia figura: poeta e maestro, Dante e Virgilio al contempo. Damiani ci conduce nel viaggio attraverso un linguaggio semplice e concreto per parlarci e chiamarsi/ci a riflettere su tutto quello che è al di sopra e al di sotto dei cieli celesti. Tanti piccoli elementi che creano una popolazione universale in un tempo che è eterno presente. Qui abbiamo una visione nuova, una nuova prospettiva, un tentativo di ragionare sulla vita e sulle sovrastrutture, armature in definitiva inutili alla difesa di un corpo perituro, armature immortali per corpi mortali: «Se siamo riusciti a nascere/ riusciremo anche a morire».

 

  1. In esergo al libro troviamo versi di Beppe Salvia tratti da Cieli celesti che è anche il titolo del suo ultimo lavoro, perché proprio i versi di Salvia? È solo un gesto d’affetto?

Quasi in ogni mio libro c’è qualcosa dedicato a Beppe Salvia, qui addirittura il titolo è suo, cioè è il titolo di una sezione di Cuore (Rotundo, 1988), che è un poemetto meraviglioso di una passeggiata infantile tra scuola e casa, un ritorno a casa dentro una primavera campestre. Altre volte fu lui a prendere titoli a me, come nel caso di Ninfale, sua poesia tra le ultime e idea che io avevo in mente negli anni ’80 e gli dissi (in seguito alla lettura del grandioso Ninfale fiesolano di Boccaccio), diventata poi una poesia e, recentemente, un mio testo teatrale (Ninfale, Lepisma, 2013). Da ragazzi eravamo legati tantissimo, e io devo a lui moltissimo: Salvia, nonostante i critici se ne siano accorti poco ma prima o poi dovranno accorgersene, ha rivoluzionato, negli anni ’80, la poesia italiana. L’ha tolta dal postmoderno ma addirittura, oserei dire, dall’ermetismo, in cui era ancora invischiata (vedi specialmente la neoavanguardia). Ci ha ridato la lingua, reimmergendola nei classici e in Pascoli e D’Annunzio che, specialmente nel secondo novecento, erano stati superficialmente evitati.

  1. Cieli celesti, Fazi Editore 2016: potremmo dire di essere di fronte ad un saggio filosofico in versi?

Sicuramente di tutti quelli che ho scritto è quello più filosofico. Ciò è dovuto al fatto che certi nodi venivano al pettine e dovevo affrontarli. È un libro duro, apparentemente frammentario e prosastico, ma in realtà è un poema. È un poema didattico quasi, per certi versi, sì che io, sempre stato a detta di tutti (anche di me) ultrapetrarchesco, sono qui, sorprendentemente, dantesco. È duro il libro anche perché i nodi venuti al pettine non si sciolgono, si fermano poco prima dello scioglimento. È un libro in tensione, come un vetro estremamente terso, vicino a spezzarsi. Lo scioglimento è venuto dopo il libro, è adesso che mi sto sciogliendo, dopo una crisi abbastanza profonda.

  1. Leggendo ho trovato riflessioni sul tempo e le cose essenziali della quotidianità, quanto conta il tempo, essere nel tempo?

Nel libro avanzo questa teoria che tutto è tempo, evoluzione universale di enti che si succedono in catena, e in quanto sono tutti anelli, sono tutti indispensabili. Ognuno di noi, pur essendo microscopico in confronto all’immensità del Tutto, è però qualcosa (un valore può essere piccolissimo ma è sempre un valore, pensiamo alle nano scienze), e in secondo luogo, e principalmente, è indispensabile, nel senso che se venisse a mancare, tutta la grande catena precipiterebbe nell’abisso.

Ma se è vero che siamo indispensabili (e quindi non c’è nichilismo) è però vero anche che siamo incatenati. E questa è la durezza, l’angoscia, il non scioglimento di cui parlavo prima.

  1. La morte è il rivolto della vita?

L’anello della catena non si spezza, non muore, anche quando è uscito fuori dell’apparire. Tuttavia nel libro c’è questa catena fredda, e questa è l’angoscia, come se i morti e i non nati ancora, tasselli del tempo, anelli, fossero al buio. Solo recentemente ho capito che siamo tutti anelli di luce, e anzi noi viventi, noi alla luce del sole, noi siamo forse quelli più in ombra; e riceviamo luce, e vera forza, solo allorché contempliamo l’intera catena del Tutto, che non ci appare più come una catena di ferro, ma come un universo meraviglioso di luce e di vita, una forza meravigliosa che ci attraversa, che è la forza che ci ha fatto nascere e ci farà morire. Che è la forza che ci fa vivere.

  1. Cos’è il silenzio?

Il silenzio non c’è perché tutto è essere, tutto è pieno come diceva Parmenide, non esiste il vuoto, tutto è vita e casino, non c’è niente che non batta e non pulsi, tutto è energia e materia che contiene energia. Il silenzio semmai è quel brusio sommesso dell’essere di cui parlo molto in Cieli celesti, come un rumore di fondo, che è come il rumore stesso del tempo, il suo battito quasi impercettibile, il suo respiro. Ecco, il silenzio è questo respiro dell’essere, che è piacevole ascoltare, che ci culla e ci dà vita. Mi viene in mente quella poesia meravigliosa di Penna: “Io vivere vorrei addormentato / entro il dolce rumore della vita”.

claudio.damiani.jpg
Claudio Damiani
  1. I cieli celesti sono una meta o un punto di partenza?

Sono i cieli come sono (in questo senso “celeste” allude, più che al colore, all’essere qualcosa di relativo al cielo, come dire: cieli proprio cieli), come li vediamo ora, con gli occhi nostri e con quelli dei radiotelescopi terrestri e spaziali. E vediamo un universo pieno di vita che ci meraviglia come mai non ci ha meravigliato. Mai l’abbiamo visto così vivo, pieno di vita e vita intelligente anche, vita con cui forse non entreremo mai in contatto, ma con cui potremo parlare, dialogare. Sono cieli in cui siamo, non sono né un punto di partenza né un punto di arrivo, sono la nostra terra.

  1. Da “Braci” sino ad oggi quanto è cambiata la poesia? È cambiata?

“Braci” ha segnato un cambiamento, quel ritorno alla lingua di cui parlavo prima. Lingua che è umana e naturale, che permette di riprendere un dialogo con la natura, all’interno della profondità della nostra lingua e della nostra letteratura.

  1. Nel 2007 in un’intervista aveva parlato della nascita di “Nuove Braci”, è un progetto ancora valutabile?

Forse, chissà. “Viva, una rivista in carne e ossa”, cominciata nel 2013, è un po’ una continuazione di “Braci”. Viva, una rivista che non è né cartacea né web, ha un po’ l’immaterialità che aveva Braci.

  1. Congediamoci con una poesia, una di quelle che non possono mancare nel bagaglio di bellezza da condurre con noi ovunque.

 

Mentre i ragazzi fanno il tema

e le loro teste sono chine sul foglio

la stanza della classe riposa quieta

e brilla come una luce intorno ai loro capi.

Io li guardo, e la loro forza mi punge

– una ragazza è venuta a chiedermi una cosa

e nei suoi occhi celesti sprofondo -,

alcune delle fanciulle sono meno belle

ma nei loro tratti rivedo la gloria

delle donne latine,

i modi augusti e i lineamenti noti,

– penso a giovani donne prenestine, antichissime,

ornate di monili, eleganti,

e a povere fanciulle, a contadine a pastore

dei secoli più bui -,

e anche i ragazzi, quanta gloria sui loro capi.

E in tutti, quanta attesa, quante speranze

– loro di tutti i miei allievi sono i più grandi, sono già grandi –

e penso: come non ho detto niente a loro!

come non ho fatto niente! – non avrei potuto? –

solo preoccupato di fare il professore,

nella fretta in cui sono sempre, e distratto,

come se non mi fossi mai accorto di loro.

E mi stupisco di essere stato capace

pure di galleggiare in questo abisso di luce,

di essere rimasto illeso, salvo, tra tanta forza di flutti,

tra tanto mare calmo come un cielo celeste.

(da La miniera, Fazi, 1997)

 

Alessia Bronico

 

Claudio Damiani è nato nel 1957 a San Giovanni Rotondo. Vive a Roma dall’infanzia.
Ha pubblicato le raccolte poetiche 
Fraturno (Abete,1987), La mia casa (Pegaso, 1994, Premio Dario Bellezza), La miniera (Fazi, 1997, Premio Metauro), Eroi (Fazi, 2000, Premio Aleramo, Premio Montale, Premio Frascati), Attorno al fuoco (Avagliano, 2006, finalista Premio Viareggio, Premio Mario Luzi, Premio Violani Landi, Premio Unione Lettori), Sognando Li Po (Marietti, 2008, Premio Lerici Pea, Premio Volterra Ultima Frontiera, Premio Borgo di Alberona, Premio Alpi Apuane), Il fico sulla fortezza (Fazi,  2012, Premio Arenzano, Premio Camaiore, Premio Brancati, finalista vincitore Premio Dessì, Premio Elena Violani Landi)Ode al monte Soratte, con nove disegni di Giuseppe Salvatori (Fuorilinea 2015), Cieli celesti (Fazi, 2016, Premio Tirinnanzi).
Nel 2010 è uscita un’antologia di poesie curata da Marco Lodoli e comprendente testi scritti dal 1984 al 2010  (Poesie, Fazi, Premio Prata La Poesia in Italia, Premio Laurentum).
Ha pubblicato di teatro: 
Il Rapimento di Proserpina (Prato Pagano, nn. 4-5, Il Melograno, 1987) e Ninfale(Lepisma, 2013). Ha curato i volumi: Almanacco di Primavera. Arte e poesia (L’Attico Editore, 1992); Orazio, Arte poetica, con interventi di autori contemporanei (Fazi, 1995); Le più belle poesie di Trilussa (Mondadori, 2000).   E’ stato tra i fondatori della rivista letteraria Braci (1980-84). Suoi testi sono stati tradotti in diverse lingue (tra cui principalmente spagnolo, inglese, serbo, sloveno, rumeno) e compaiono in molte antologie italiane (anche scolastiche) e straniere.
Nel 2016 è uscito il saggio 
La difficile facilità. Appunti per un laboratorio di poesia, Lantana Editore; Di recente pubblicazione (gennaio 2017) il saggio L’era nuova. Pascoli e i poeti di oggi, a cura di Andrea Gareffi e Claudio Damiani, (LiberAria Edizioni).

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...