«Serve la capacità di rallentare»: intervista a Giovanni Agnoloni

Ho avuto il piacere di leggere l’ultimo romanzo di Giovanni Agnoloni e lo ringrazio per avermi dato l’opportunità di colmare delle curiosità. Non è semplice trattare argomenti di attualità, non lo è perché quando si è parte attiva della questione, di qualsiasi natura, renderne l’evidenza richiede un atto di coraggio. E l’autore è capace di dirci una scottante verità attraverso pagine colme di prosa poetica.

L’ultimo angolo di mondo finito potrebbe sembrare un fantasy ma non lo è. Credo che in parte tu stia proiettando in un futuro non troppo lontano delle questioni, relative alla rete, di bruciante attualità. Può essere considerato un romanzo di formazione?

Hai colto diversi aspetti fondamentali. Non è assolutamente un fantasy, e ha solo parziali attinenze con la fantascienza. Io lo definisco un romanzo di “realismo arricchito”, nella misura in cui raffigura fenomeni che sono già in atto nella realtà (il controllo delle nostre vite da parte dei droni, la spersonalizzazione dei rapporti umani attraverso i dispositivi di connessione alla Rete, con la sostanziale trasformazione della società da “liquida” in “gassosa” e l’uniformazione dei modi di pensare indotta dal mercato dominato dalle multinazionali della comunicazione). Tuttavia, ottiene questo risultato spostando il baricentro dell’attenzione su un futuro leggermente al di là del presente (nel 2029, anche se la crisi di internet, nel primo romanzo della serie, Sentieri di notte, era iniziata nel 2025), così da portare i lettori a immaginare una possibile evoluzione della situazione attuale, attivando sani meccanismi di riflessione e di dubbio. E forse sì, è anche in parte un romanzo di formazione, perché i protagonisti (indipendentemente dalla loro età) sono individui che non hanno accettato l’omologazione mentale indotta dalla Rete e lo stato di rabbiosa frustrazione conseguente alla sua caduta, e si sono lasciati coinvolgere in una missione dai tratti sorprendenti, che li porta in definitiva a fare i conti con se stessi, e quindi a evolversi.

Leggendo il tuo romanzo ho subito pensato ad un brano dell’ultimo disco de Le luci della centrale elettrica, Iperconnessi, una canzone che affronta il tema della dipendenza dalla rete. Nel libro, però, assistiamo al crollo delle comunicazioni. Da questo evento scaturisce un mondo nuovo, un mondo in cui ci si rimette in movimento. Alla ricerca di che?

Il punto è proprio questo: cercare una nuova forma di connessione, che non neghi necessariamente gli aspetti positivi della tecnologia, ma senza dimenticare l’imprescindibile radicamento dell’essere umano nella natura, e anche tutta quella dimensione di ricerca interiore, di comunione intuitiva con l’altro, insomma quella dimensione del cuore e dello spirito, che troppa parte della cultura scientifica e tecnologica ha relegato in una sfera di “superstizione”, soffocando così un’irreprimibile esigenza dell’essere umano – che, come ben sappiamo, non vive di solo pane, e neanche di solo smartphone. Su questo verte il progetto in cui i protagonisti de L’ultimo angolo di mondo finito si ritrovano a loro insaputa coinvolti, guidato da una “regia” collocata appena al di là del limite dell’apparenza materiale delle cose. Ah, attenzione, non si tratta di un’opera esoterica, ma sicuramente di un lavoro dall’impronta filosofico-spirituale, calato in un contesto distopico-avventuroso.

Foto Giovanni Agnoloni (Odense)
Giovanni Agnoloni

Gli ologrammi presenti nella storia ci riportano al tema del doppio, è corretto?

Sì, ma non si tratta di un alter-ego, per così dire, contraddittorio rispetto alla natura della persona in questione (insomma, un Mr. Hyde vs Dr. Jekyll, ovvero “male” vs “controllo”). È piuttosto una versione “migliorata” dell’individuo, che lo riproduce nei suoi tratti fisici, ma soprattutto ne manifesta – appunto – le “migliori qualità”, ricostruite dagli agenti del Sistema informatico-tecnologico attraverso tutte le informazioni lasciate dagli utenti della Rete sui social media e non solo, quando la Rete ancora esisteva. Insomma, è una sorta di spin-doctor personalizzato, un maestro/amico, che, un po’ come nell’esperienza di Dorian Gray, dona un’illusione di sicurezza, non tanto attraverso una bellezza e una gioventù artificiose, quanto mediante una paradossale fiducia in se stessi eterodiretta (perché gli ologrammi in realtà possono orientare le scelte delle persone anche in ambito commerciale e politico). Il risultato, tuttavia, è consonante con l’esito finale dell’esperienza del celebre personaggio di Oscar Wilde, ovvero un avvizzimento/indebolimento potenzialmente mortale dell’identità della persona interessata, che nel mio libro inizia a svanire diventando essa stessa un’ombra impalpabile.

L’intero lavoro è percorso da un’intensa spiritualità. Quasi uno spazio di meditazione, un recupero di riflessione che oggi spesso ci neghiamo a causa dell’iperconnesione?

Esatto. Oggi la corsa al contatto all’interno della realtà virtuale ha sostanzialmente negato (o comunque notevolmente svalutato) lo spazio del silenzio interiore, della meditazione, della contemplazione e del raccoglimento – in senso tanto artistico quanto spirituale. Viviamo in una condizione di costante horror vacui, ovvero di una paura di quel sano vuoto rigenerante che si crea nello spirito centrato in se stesso. E questo succede perché si tende sempre a “rincorrere” gli altri, a cercare di apparire, offrendo un’immagine di sé accattivante o, al contrario, facendo esibizione delle proprie fragilità sui social media, con atteggiamento profondamente narcisistico. Da qui la mia provocazione: suggerire, attraverso un’ipotetica fine di internet, quell’idea di silenzio mediatico che può diventare – anche in un mondo in cui internet ancora esiste – uno spunto per cercare dentro di sé il contatto con la sfera della propria vocazione, il nucleo del Desiderio, cioè di quello che veramente sentiamo come nostro scopo di vita, e la forza per perseguirlo. Che si sia credenti o meno, è solo partendo da questa coscienza di sé che si possono costruire dei rapporti umani, e quindi una società, caratterizzati dai giusti equilibri.

Ho incontrato spesso la parola ascolto, mi ha colpito perché è una parola che mi è cara. L’iperconnessione ci ha reso potenzialmente più vicini ma fattivamente meno predisposti all’ascolto? Perché secondo te?

Per le ragioni che accennavo sopra. Tutto è velocizzato e tremendamente “pratico”, il che fa un gran comodo, per carità (penso anche alle funzionalità degli smartphone), ma porta a comprimere pericolosamente lo spazio del respiro, fisico e interiore, e dunque la capacità di inserire, in questo eccesso di “rumore ambientale”, i silenzi a cui facevo riferimento prima. Serve la capacità di rallentare, almeno a tratti, intonandosi a una misura di pace e di armonia che nascono da dentro, dove sono tutte le risposte, o per lo meno quelle più cruciali. Come? Per esempio, alternando l’uso degli apparecchi tecnologici con la carta e altri materiali naturali, o semplicemente con la contemplazione del paesaggio e il dialogo vis-à-vis con le persone. Poco “figo”? Fate la prova, o voi iperconnessi, e ditemi come starete.

Quanta importanza ha la musica in questo lavoro?

L’ultimo angolo di mondo finito è un romanzo intrinsecamente musicale, e non solo per i riferimenti che contiene alla storia dei Beatles e perché ha tra i suoi protagonisti un chitarrista e compositore. Il fatto è che ogni parola è stata scelta sulla base di un flusso interiore intrinsecamente musicale, dove ogni singolo verbo, sostantivo, aggettivo e via dicendo ha una funzione non solo logica, ma armonica, e quindi conta molto per la sua valenza timbrica e ritmica. È un libro che è stato ripetutamente revisionato leggendolo a voce alta e, appunto, ascoltandolo. Perché la radice di ogni fenomeno naturale è l’energia (che è anche scrigno dello spirito), e l’energia si esprime attraverso il suono, la vibrazione di fondo dell’universo. Ogni opera letteraria e musicale dovrebbe intonarsi a questa evidenza di base, suggerendo al lettore/ascoltatore un itinerario di ritorno a quella Fonte che vibra dentro ognuno di noi, e che per me è Dio.

Un altro tema presente è quello della solitudine. La solitudine è all’opposto dell’omologazione?

Sì, sono d’accordo. La persona sola è inevitabilmente refrattaria all’omologazione. Ma attenzione, io non parlo della solitudine in cui si ritrae chi soffre di forme patologiche di alterigia o, al contrario, di timidezza – che di per sé non sono un bene. Parlo della sana capacità di prendere le distanze dagli altri e dal caos del mondo per fare un passo dentro se stessi, e lì trovare la giusta misura, per poi percorrere la propria strada anche in mezzo agli altri, e così offrire un contributo irripetibile, perché scaturente non da un “format” imposto dall’esterno, ma dalla propria unicità creativa.

La tua è una prosa scorrevole e poetica. Quali sono i poeti che più ami?

Amo molto i lirici greci, su tutti Saffo, Alceo e Alcmane, ma anche gli immortali Dante Alighieri e Giacomo Leopardi, e ancora gli Ermetici, soprattutto Ungaretti, ma anche certa produzione di Andrea Zanzotto. In ambito internazionale, ho molto amato la poesia di Federico García Lorca e quella di Wisława Szymborska. In generale, amo la poesia contemplativa ed essenziale, che nell’asciuttezza sa esprimere contenuti abissali. E questi tratti, insieme alle letture di romanzieri che sento affini alle mie corde narrative (penso a José Saramago, a Stanisław Lem e a Bruno Schulz, solo per fare alcuni esempi) hanno indubbiamente alimentato e continuano ad alimentare la mia prosa.

Alessia Bronico

L'ultimo angolo di mondo finito (copertina)

2029. Internet è crollato da quasi quattro anni in Europa, e la crisi della comunicazione si è ormai estesa alla telefonia, mentre le principali città sono state gradualmente invase da ologrammi intelligenti, “cloni” immateriali in grado di orientare il comportamento delle persone. Negli Stati Uniti il sabotaggio della Rete ordito dal movimento degli Anonimi è fallito, e internet è rinato grazie a un progetto di copertura wireless mediante l’uso di droni. Sospese tra questi due grandi poli di eventi, si svolgono le vicende di Kasper Van der Maart, spintosi fino a New York sulle tracce della scrittrice Kristine Klemens, scomparsa nel nulla, e di quattro affiliati degli Anonimi impegnati nella ricerca delle fonti di misteriosi segnali elettromagnetici, possibili sorgenti di una nuova Rete europea: Emanuela, che esplora la Bosnia, Aurelio, che attraversa il Portogallo, e i fratelli Ahmed e Amina, spersi nel Sud Italia. Queste indagini incrociate porteranno alla luce sorprendenti verità nascoste, legate al contesto politico e tecnologico generale ma anche al passato dei protagonisti, per i quali si schiuderà un orizzonte di percezioni capace di connetterli tutti, creando un ponte di comunicazione con chi è già “al di là del confine”. Dopo Sentieri di notte (già pubblicato anche in Spagna e in Polonia), Partita di anime e La casa degli anonimi, L’ultimo angolo di mondo finito conclude la serie della fine di internet e rivela, nel suo epilogo, l’identità e lo scopo della mente che fin dall’inizio ha tessuto le fila degli avvenimenti.

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976) è scrittore, traduttore e blogger. È autore dei romanzi Sentieri di notte (2012; pubblicato in spagnolo come Senderos de noche, El Barco Ebrio 2014, e in polacco come Ścieżki nocy, Serenissima 2016), Partita di anime (2014) e La casa degli anonimi (2014), tutti editi da Galaad Edizioni. Ha inoltre pubblicato tre saggi imperniati sulle opere di J.R.R. Tolkien, ed è curatore di una raccolta internazionale di articoli sul tema. Ospite di residenze letterarie, festival e conferenze in Europa e Stati Uniti, ha tradotto libri di Jorge Mario Bergoglio, Amir Valle, Peter Straub e Noble Smith, e saggi su J.R.R. Tolkien e Roberto Bolaño, ed è un esponente del movimento letterario connettivista. Collabora con i blog La Poesia e lo Spirito, Lankenauta e Postpopuli.

Il suo sito è http://giovanniag.wordpress.com

 

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