«Alla poesia di oggi manca la realtà»: intervista a Renzo Paris

 

«Alla poesia di oggi manca la realtà»: intervista a Renzo Paris

 

C’è malinconia nei versi di Renzo Paris ma anche tanta speranza. Ne Il mattino di domani (Elliot, 2017) racconta del suo peregrinare romano, parla dei luoghi cari, dell’Abruzzo, terra contadina e di tradizioni. Presenta gli amici del passato, presta gli occhi per guardare la realtà. Paris ha il dono di essere stabile nel presente: «nel mondo resto sempre a teatro» scrive; il mondo che è palcoscenico e platea, attore e pubblico, il teatro che è colloquio tra chi compie l’azione e chi la riceve. Paris è in continuo dialogo con i paesaggi, gli animali, le persone, se stesso. C’è giovinezza e freschezza in questi versi, un tempo che trascorre ma non invecchia, un tempo dialogico appunto e che sa rinnovarsi anelando alla luce. È un poeta coraggioso Renzo Paris perché dice e lo fa con chiarezza, «Ma davvero ci sarà un mattino di domani?».

 

Temo

 

Temo le donne di poche parole,

sedute sulla tazza del cesso. “Mi ami?”

digitano, e al “no” si accendono

 

di desideri di conquista. E se è l’uomo

a chiedere, si negano, prendendo la via

della fuga. Una di queste mi mandò

 

un sms: “Post-sessantottino dalla morale

democristiana, hai perso la tua voce”.

Temo le donne di poche parole.

* 

Layout 1

Il silenzio

 

Marina dorme sotto il caldo piumone

e io, sveglio alle sei del mattino,

accendo il fuoco del camino

 

nel silenzio della casa. La prima

luce del sole illumina il Gran Sasso

innevato. Quante volte ancora

 

avrò il privilegio di ammirarti,

montagna tibetana della mia vita.

* 

L’ultimo decennio

 

Tra qualche anno non passeggerò più

attorno alle antiche mura, il mio corpo

irrigidito non reclamerà il piacere.

 

Spariranno gli affetti famigliari,

e anche la poesia diventerà di ghiaccio.

Sono un condannato a morte,

 

è la mia, la nostra sorte. Ma di chi è

la colpa al postutto. Anche tua, distrutto.

 

  1. Nato a Celano (Aq), vive a Roma da quando era ragazzino, eppure leggendola si percepisce la permanenza di un Abruzzo forte e gentile. “Quanto conta la montagna tibetana della” sua “vita”?

l’Abruzzo è sempre stato uno dei miei “forni”, come mi disse Moravia. L’altro “forno” è Roma. Ma invecchiando la montagna tibetana insieme alla Serra di Celano, dove sono nato, sono prevalenti. A volte mi trovo a passeggiare per Roma come un pastore abruzzese.

  1. Il mattino di domani (Elliot, 2017) è la sua ultima raccolta, terzine raccontative del presente con lampi dal passato, possiamo considerarlo un commiato?

Galaverni, nella sua bella recensione sul Corriere della sera sostiene di no. Troppi desideri ancora. Io invece ho l’impressione che la trilogia, quella che ho chiamato il mio piccolo canzoniere, sia terminata. Ci saranno altri versi certamente, se è questo che vuoi sapere.

  1. Lei è un poeta attualissimo che vive permeando questo tempo, che non teme le novità e le inserisce in poesia, parla di sms, di Facebook. Cos’è che manca alla poesia di oggi?

Alla poesia di oggi manca la realtà. Leggo troppe raccolte di versi avvolte in un ermetismo personale incomprensibile Ci vorrebbe più chiarezza, sia pure soltanto come specchio che nasconde il buio dell’inconscio.

paris
Renzo Paris
  1. I suoi post in Facebook creano una sorta di dipendenza perché sono piccole storie, ricordi preziosi, una possibilità di Resistenza e di Bellezza in un tempo troppo veloce. Spuntano Pasolini, Amelia Rosselli, Dario Bellezza o momenti della sua infanzia, flash di vita romana. I social cosa rappresentano per lei?

Sono dieci anni che ho la mia bacheca su facebook. E sono ancora curioso di tastare il polso ai naviganti. Mi piace firmare una specie di diario in pubblico, dove reagisco al mio tempo che è anche quello virtuale. Spesso quelle note divengono versi che poi rimaneggio.

  1. Molti suoi amici poeti sono scomparsi e alcuni li troviamo tra i versi de Il mattino di domani, che rapporto ha lei con la morte?

Sono davvero troppi i poeti defunti, tra quelli che hanno cominciato con me. Ma io li trattengo sia nei miei versi che nella mia memoria, ombre di vita. Della morte temo solo il buio, così attaccato come sono alla luce, ma se è un buio dove la sofferenza esistenziale si dilegua, allora ben venga la morte.

  1. È possibile, ancora, essere idealisti?

Idealisti? Vuoi dire speranzosi in una società più giusta? E come si fa a non esserlo? La speranza, dice il proverbio, è l’ultima a morire.

  1. Cani Sciolti è un romanzo attuale, perché?

Cani sciolti è il mio romanzo d’esordio che ha avuto più ristampe. L’ultima dalla Elliot l’anno scorso. Ci sarà una ragione? È certo un romanzo su dopo sessantotto, ma è anche un romanzo dell’amore impossibile, nevrotico. I lettori lo amano ancora forse per questo. Anche oggi gli amori sono simili a quelli dei cani sciolti di allora.

  1. I suoi versi preferiti di G. Apollinaire.

Le pont Mirabeau è un vertice ma io trovo in tutte le poesie di Apollinaire versi indimenticabili.

  1. Le domande sarebbero tantissime ma io vorrei sapere qual è il suo piatto preferito della tradizione abruzzese, per salutarsi con l’acquolina in bocca.

Il mio piatto preferito è quello che approntava mia madre quando era viva, gli spaghetti alla chitarra. Li tagliava con le sue mani dopo aver ammassato la pasta.

Alessia Bronico

 

Renzo Paris è nato a Celano nel 1944. Poeta, romanziere e critico, ha tradotto le poesie di Tristan Corbière e di Guillaume Apollinaire. Tra le sue opere ricordiamo le raccolte di poesie Album di famiglia e Il fumo bianco (Elliot 2013), i romanzi Frecce avvelenate, La casa in comune, La croce tatuata, La vita personale, Cani sciolti e le biografie romanzate di Guillaume Apollinaire, Alberto Moravia, Ignazio Silone (Il Fenicottero, Elliot 2014) e Pier Paolo Pasolini (Ragazzo a vita, Elliot 2015). Ha insegnato letteratura francese in diverse università. Collabora al «Venerdì di Repubblica».

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«Solo recentemente ho capito che siamo tutti anelli di luce»: intervista a Claudio Damiani

«Solo recentemente ho capito che siamo tutti anelli di luce»: intervista a Claudio Damiani

 

*

Lo senti questo silenzio?

Ti sembra che sia silenzio

ma se ascolti bene

lo senti che è fatto di tante,

tantissime microscopiche voci

che scorrono una sull’altra,

così come tutti i colori

sovrapposti, uno sull’altro,

formano la luce bianca.

 

*

E questo canto, amore mio, di cicale

sotto il sole di luglio, in una campagna italiana,

cielo azzurro e poche nuvole, piccole,

odore forte di rosmarino e ginestre

e questo canto pazzo che non si ferma

nell’aria bianca bruciata

e noi, io e te, sotto questi pini

alziamo i calici e brindiamo, silenziosi,

tu vestita come una dea, con lunghe ciocche annodate

e perle tra i capelli,

là sulla collina il nostro capanno di legno

e giù lo scoglio dove passo tutte le notti

a piangere guardando il mare.

 

*

Mi dà fastidio quest’armatura così pesante,

oggi mi tolgo tutto e vado in battaglia nudo.

Perché no? Mi piacerebbe andare a combattere nudo,

voi pensate che l’armatura ci difenda davvero?

 

*

Per indossare l’armatura oggi ho impiegato due ore,

la battaglia invece è durata pochi minuti,

per togliermela ho impiegato tutto il pomeriggio,

domani non me la tolgo,

vado a dormire tutto vestito

come in una bara di ferro.

 

cieli celesti

Claudio Damiani in Cieli Celesti (Fazi Edtore, 2016) non smette di essere poeta, come leggendo in un primo momento si potrebbe credere, ma è doppia figura: poeta e maestro, Dante e Virgilio al contempo. Damiani ci conduce nel viaggio attraverso un linguaggio semplice e concreto per parlarci e chiamarsi/ci a riflettere su tutto quello che è al di sopra e al di sotto dei cieli celesti. Tanti piccoli elementi che creano una popolazione universale in un tempo che è eterno presente. Qui abbiamo una visione nuova, una nuova prospettiva, un tentativo di ragionare sulla vita e sulle sovrastrutture, armature in definitiva inutili alla difesa di un corpo perituro, armature immortali per corpi mortali: «Se siamo riusciti a nascere/ riusciremo anche a morire».

 

  1. In esergo al libro troviamo versi di Beppe Salvia tratti da Cieli celesti che è anche il titolo del suo ultimo lavoro, perché proprio i versi di Salvia? È solo un gesto d’affetto?

Quasi in ogni mio libro c’è qualcosa dedicato a Beppe Salvia, qui addirittura il titolo è suo, cioè è il titolo di una sezione di Cuore (Rotundo, 1988), che è un poemetto meraviglioso di una passeggiata infantile tra scuola e casa, un ritorno a casa dentro una primavera campestre. Altre volte fu lui a prendere titoli a me, come nel caso di Ninfale, sua poesia tra le ultime e idea che io avevo in mente negli anni ’80 e gli dissi (in seguito alla lettura del grandioso Ninfale fiesolano di Boccaccio), diventata poi una poesia e, recentemente, un mio testo teatrale (Ninfale, Lepisma, 2013). Da ragazzi eravamo legati tantissimo, e io devo a lui moltissimo: Salvia, nonostante i critici se ne siano accorti poco ma prima o poi dovranno accorgersene, ha rivoluzionato, negli anni ’80, la poesia italiana. L’ha tolta dal postmoderno ma addirittura, oserei dire, dall’ermetismo, in cui era ancora invischiata (vedi specialmente la neoavanguardia). Ci ha ridato la lingua, reimmergendola nei classici e in Pascoli e D’Annunzio che, specialmente nel secondo novecento, erano stati superficialmente evitati.

  1. Cieli celesti, Fazi Editore 2016: potremmo dire di essere di fronte ad un saggio filosofico in versi?

Sicuramente di tutti quelli che ho scritto è quello più filosofico. Ciò è dovuto al fatto che certi nodi venivano al pettine e dovevo affrontarli. È un libro duro, apparentemente frammentario e prosastico, ma in realtà è un poema. È un poema didattico quasi, per certi versi, sì che io, sempre stato a detta di tutti (anche di me) ultrapetrarchesco, sono qui, sorprendentemente, dantesco. È duro il libro anche perché i nodi venuti al pettine non si sciolgono, si fermano poco prima dello scioglimento. È un libro in tensione, come un vetro estremamente terso, vicino a spezzarsi. Lo scioglimento è venuto dopo il libro, è adesso che mi sto sciogliendo, dopo una crisi abbastanza profonda.

  1. Leggendo ho trovato riflessioni sul tempo e le cose essenziali della quotidianità, quanto conta il tempo, essere nel tempo?

Nel libro avanzo questa teoria che tutto è tempo, evoluzione universale di enti che si succedono in catena, e in quanto sono tutti anelli, sono tutti indispensabili. Ognuno di noi, pur essendo microscopico in confronto all’immensità del Tutto, è però qualcosa (un valore può essere piccolissimo ma è sempre un valore, pensiamo alle nano scienze), e in secondo luogo, e principalmente, è indispensabile, nel senso che se venisse a mancare, tutta la grande catena precipiterebbe nell’abisso.

Ma se è vero che siamo indispensabili (e quindi non c’è nichilismo) è però vero anche che siamo incatenati. E questa è la durezza, l’angoscia, il non scioglimento di cui parlavo prima.

  1. La morte è il rivolto della vita?

L’anello della catena non si spezza, non muore, anche quando è uscito fuori dell’apparire. Tuttavia nel libro c’è questa catena fredda, e questa è l’angoscia, come se i morti e i non nati ancora, tasselli del tempo, anelli, fossero al buio. Solo recentemente ho capito che siamo tutti anelli di luce, e anzi noi viventi, noi alla luce del sole, noi siamo forse quelli più in ombra; e riceviamo luce, e vera forza, solo allorché contempliamo l’intera catena del Tutto, che non ci appare più come una catena di ferro, ma come un universo meraviglioso di luce e di vita, una forza meravigliosa che ci attraversa, che è la forza che ci ha fatto nascere e ci farà morire. Che è la forza che ci fa vivere.

  1. Cos’è il silenzio?

Il silenzio non c’è perché tutto è essere, tutto è pieno come diceva Parmenide, non esiste il vuoto, tutto è vita e casino, non c’è niente che non batta e non pulsi, tutto è energia e materia che contiene energia. Il silenzio semmai è quel brusio sommesso dell’essere di cui parlo molto in Cieli celesti, come un rumore di fondo, che è come il rumore stesso del tempo, il suo battito quasi impercettibile, il suo respiro. Ecco, il silenzio è questo respiro dell’essere, che è piacevole ascoltare, che ci culla e ci dà vita. Mi viene in mente quella poesia meravigliosa di Penna: “Io vivere vorrei addormentato / entro il dolce rumore della vita”.

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Claudio Damiani
  1. I cieli celesti sono una meta o un punto di partenza?

Sono i cieli come sono (in questo senso “celeste” allude, più che al colore, all’essere qualcosa di relativo al cielo, come dire: cieli proprio cieli), come li vediamo ora, con gli occhi nostri e con quelli dei radiotelescopi terrestri e spaziali. E vediamo un universo pieno di vita che ci meraviglia come mai non ci ha meravigliato. Mai l’abbiamo visto così vivo, pieno di vita e vita intelligente anche, vita con cui forse non entreremo mai in contatto, ma con cui potremo parlare, dialogare. Sono cieli in cui siamo, non sono né un punto di partenza né un punto di arrivo, sono la nostra terra.

  1. Da “Braci” sino ad oggi quanto è cambiata la poesia? È cambiata?

“Braci” ha segnato un cambiamento, quel ritorno alla lingua di cui parlavo prima. Lingua che è umana e naturale, che permette di riprendere un dialogo con la natura, all’interno della profondità della nostra lingua e della nostra letteratura.

  1. Nel 2007 in un’intervista aveva parlato della nascita di “Nuove Braci”, è un progetto ancora valutabile?

Forse, chissà. “Viva, una rivista in carne e ossa”, cominciata nel 2013, è un po’ una continuazione di “Braci”. Viva, una rivista che non è né cartacea né web, ha un po’ l’immaterialità che aveva Braci.

  1. Congediamoci con una poesia, una di quelle che non possono mancare nel bagaglio di bellezza da condurre con noi ovunque.

 

Mentre i ragazzi fanno il tema

e le loro teste sono chine sul foglio

la stanza della classe riposa quieta

e brilla come una luce intorno ai loro capi.

Io li guardo, e la loro forza mi punge

– una ragazza è venuta a chiedermi una cosa

e nei suoi occhi celesti sprofondo -,

alcune delle fanciulle sono meno belle

ma nei loro tratti rivedo la gloria

delle donne latine,

i modi augusti e i lineamenti noti,

– penso a giovani donne prenestine, antichissime,

ornate di monili, eleganti,

e a povere fanciulle, a contadine a pastore

dei secoli più bui -,

e anche i ragazzi, quanta gloria sui loro capi.

E in tutti, quanta attesa, quante speranze

– loro di tutti i miei allievi sono i più grandi, sono già grandi –

e penso: come non ho detto niente a loro!

come non ho fatto niente! – non avrei potuto? –

solo preoccupato di fare il professore,

nella fretta in cui sono sempre, e distratto,

come se non mi fossi mai accorto di loro.

E mi stupisco di essere stato capace

pure di galleggiare in questo abisso di luce,

di essere rimasto illeso, salvo, tra tanta forza di flutti,

tra tanto mare calmo come un cielo celeste.

(da La miniera, Fazi, 1997)

 

Alessia Bronico

 

Claudio Damiani è nato nel 1957 a San Giovanni Rotondo. Vive a Roma dall’infanzia.
Ha pubblicato le raccolte poetiche 
Fraturno (Abete,1987), La mia casa (Pegaso, 1994, Premio Dario Bellezza), La miniera (Fazi, 1997, Premio Metauro), Eroi (Fazi, 2000, Premio Aleramo, Premio Montale, Premio Frascati), Attorno al fuoco (Avagliano, 2006, finalista Premio Viareggio, Premio Mario Luzi, Premio Violani Landi, Premio Unione Lettori), Sognando Li Po (Marietti, 2008, Premio Lerici Pea, Premio Volterra Ultima Frontiera, Premio Borgo di Alberona, Premio Alpi Apuane), Il fico sulla fortezza (Fazi,  2012, Premio Arenzano, Premio Camaiore, Premio Brancati, finalista vincitore Premio Dessì, Premio Elena Violani Landi)Ode al monte Soratte, con nove disegni di Giuseppe Salvatori (Fuorilinea 2015), Cieli celesti (Fazi, 2016, Premio Tirinnanzi).
Nel 2010 è uscita un’antologia di poesie curata da Marco Lodoli e comprendente testi scritti dal 1984 al 2010  (Poesie, Fazi, Premio Prata La Poesia in Italia, Premio Laurentum).
Ha pubblicato di teatro: 
Il Rapimento di Proserpina (Prato Pagano, nn. 4-5, Il Melograno, 1987) e Ninfale(Lepisma, 2013). Ha curato i volumi: Almanacco di Primavera. Arte e poesia (L’Attico Editore, 1992); Orazio, Arte poetica, con interventi di autori contemporanei (Fazi, 1995); Le più belle poesie di Trilussa (Mondadori, 2000).   E’ stato tra i fondatori della rivista letteraria Braci (1980-84). Suoi testi sono stati tradotti in diverse lingue (tra cui principalmente spagnolo, inglese, serbo, sloveno, rumeno) e compaiono in molte antologie italiane (anche scolastiche) e straniere.
Nel 2016 è uscito il saggio 
La difficile facilità. Appunti per un laboratorio di poesia, Lantana Editore; Di recente pubblicazione (gennaio 2017) il saggio L’era nuova. Pascoli e i poeti di oggi, a cura di Andrea Gareffi e Claudio Damiani, (LiberAria Edizioni).

«Sono diventato un realista del sogno»: intervista a Massimo Morasso

«Sono diventato un realista del sogno»: intervista a Massimo Morasso

 

«Davanti al Mac, io sono un amanuense medievale.»: si apre con questo verso L’opera in rosso di Massimo Morasso. Siamo nel presente e nel passato nello stesso momento, al cospetto della memoria che sostiene i ricordi, che li rende vivi, presenze avvertibili. Apparizioni che fanno l’inchino alla morte, che raccontano paesaggi liguri, che «tornano a parlarci», fantasmi che fanno compagnia a noi uomini «torpidi pavidi piccoli orfei/ braccati dalle immagini e dal tempo». Morasso dice: «l’arte di scrivere/ è l’arte di pensare anche per gli altri.», è stato così gentile da soddisfare alcune mie curiosità.

  1. Ne L’opera in rosso spesso sono presenti i morti, una sorta di dialogo, ed anche una “Totentanz”: che tipo di rapporto hai con la morte?

Del mio rapporto con la morte, oltre che in L’opera in rosso ho parlato molto in Il mondo senza Benjamin, questo strambo serbatoio di allegorie che può essere letto come una sorta di “passo a due” della mia mente con e contro la morte. Con la quale, in verità, io ingaggio ogni giorno il più feroce dei corpo a corpo. Anche se so bene che il mio è un combattimento quotidiano sì, ma inevitabilmente astrattoe, perciò, temo, fallimentare. Perché la morte, in sé, non è mai a portata di mano: come ogni idea, se ne sta sempre un passo prima o più in là del reale. Per me, quello della cessazione delle funzioni vitali è un pensiero-limite, un paradosso concettuale e un pungolo “esistenziale” inaggirabile; tanto che ho imparato a considerarlo come un compagno di strada, ingombrante per quanto necessario, l’eco dei passi del quale tende ad assumere in me la consistenza di un estenuante, perturbante rintocco di campane che mi spinge, volente o nolente che io sia, a fare i conti con la mia (la nostra) vulnerabilità essenziale. La morte coincide con il mistero della vita: è una parola, e un’esperienza estrema, dentro di noi, dell’altro da noi, cui corrisponde il lato in ombra del vivo. Perciò, in un certo senso, potrei arrivare a definirla come la Musa delle Muse… Anche per questo, con buona pace dell’evidenza sensibile e dell’opinione dei più, io non mi sento di distinguere più di tanto fra i cosiddetti vivi e i cosiddetti morti. Nell’incessante vicenda di metamorfosi cui siamo destinati, tutto ciò che viene generato è e resta vivo, oso credere, e ha bisogno di noi esseri umani per trovare il medium di un linguaggio comune, e stringersi in un simbolo. Ma non è mica detto che le cose stiano per davvero così. Può anche darsi che la morte sia la morte e basta. La fine di tutto. Chi può dirlo.

  1. «L’anima, cos’è»?

Qualcosa che cresce verso l’interno, e che è il frutto della nostra auto-interrogazione. Parlare di anima non significa mai, per me, parlare di una sostanza. Nulla in me, al contrario, mi vieta di pensare all’anima come a un nome collettivo che designa la “scena” interiore di un processo d’individuazione in atto.

  1. Dimmi di Genova, dimmi del mare.

Genova è una città di struggente bellezza. Consiglio a chiunque di venire a Genova, almeno una volta nella vita: una visita, se non altro, al cimitero monumentale di Staglieno, alla passeggiata a mare di Nervi e al Museo d’Arte Orientale di Villetta Di Negro dovrebbero far parte del “bagaglio” d’esperienza estetica di ogni essere umano coltivato… Città borghese e proletaria, ricca, depressa e incartapecorita, Genova è anche la città più santa d’Italia dopo Roma: il luogo ideale per avere delle fantasie del Purgatorio, com’è capitato, non a caso, a Caterina Fieschi Adorno, la più fine teologa, con Dante, del “mondo di mezzo” che postula la dottrina escatologica della tradizione cristiana. Riguardo al mare, be’ io amo il mare, naturalmente, ma Genova secondo me non è una città di mare; è una città marittima, che è una cosa diversa da una città di mare, e vuol dire, in sostanza, che è una città sul o presso il mare, ma non del mare, perché in fondo, nonostante le apparenze, non le appartiene, e, anzi, a mio avviso non le è mai appartenuta. Anche quand’era giovane e in forze, al tempo delle Repubbliche marinare, e poi al tempo dell’apogeo dei Doria, Genova il mare lo sfruttava, per trarne profitto, ma non lo amava per davvero. La città ha un’anima furba da commerciante, ed è una città grifagna, «scalena e verticale», così come l’ho definita in una poesia de L’opera in rosso. Come ogni genovese, io a Genova il mare lo vedo, lo sento e lo respiro, ma a differenza di tanti miei concittadini non lo frequento di persona, se non in casi eccezionali. Mi aggiro spesso, invece, spaesato e senza bussola, fra il grigio ardesiaco dei palazzi e il grigio psichico da cui nasce – lo dico un po’ pomposamente per tentare di dirlo bene – il “gemmario della visione” dove si agitano le anime inquiete che, come me, non sono ancora dei puri spiriti.

Massimo Morasso
Foto: Donatella D’Angelo
  1. Mi sembra che in questa raccolta ci sia un tempo della e nella memoria, sbaglio?

Nel libro ho voluto usare la memoria come “strumento ottico” per vedere con più chiarezza dentro me stesso. Tentare di trovare e raggiungere le immagini del ricordo vuol dire cercare di raggiungere un pezzo di noi stessi e della nostra vita. Nelle mie ultime poesie, frammenti del mio “io” fanciullo si proiettano in immagini che, nel gesto della scrittura, sapevo di non poter controllare. E questo significa che anche le immagini, mentre le scrivevo, dovevano a loro volta penetrare nei miei diversi “io” di un tempo, creando un rivolgimento nel mio mondo interiore che, sospettavo allora, tre anni fa, e credo con maggior fermezza oggi, sarei stato incapace di trovare se mi fossi fermato mentalmente al livello della coscienza ordinaria, alla luce della quale ciò che si è visto e sentito – ciò che, magari, una volta, ci ha straziato il cuore – non è che un oggetto posseduto dal pensiero, un (ennesimo) contenuto a disposizione dell’ars retorica. Cioè, detto altrimenti, non è se non un prigioniero della volontà di dire, che non può darci, sola, ciò che cerchiamo in poesia come dappertutto: la scossa dell’amore.

  1. Che legame c’è tra L’opera in rosso e Fantasmata (Lamantica Edizioni, 2017)?

C’è qualcosa di confortante per me nell’osservare come ogni cosa che scrivo sia connessa con tutte le altre; e qualcosa di inquietante nell’osservare la caparbietà delle mie ossessioni, al di là delle condizioni formali, anche diversissime, entro le quali mi metto alla prova per esprimerle. Se è la regione dell’Impossibile e delle sue possibili evoluzioni spirituali a sollecitare la mia più fervida attenzione, è del tutto normale, mi sembra, che un libro di poesie che tesse un sottile fil rouge dialogico fra storia e metastoria, fra i vivi e i morti, come L’opera in rosso sia accostabile a un librino di prosa para-narrativa incentrato su spettri e fantasmi com’è invece Fantasmata. Anche se L’opera in rosso chiude un lungo tempo di lavoro in versi che ho dedicato, per oltre dieci anni, a scandagliare il rapporto fra io, coscienza e identità (l’intero ciclo poetico de Il portavoce è la prima parte di questo lavoro, del quale L’opera in rosso, appunto, rappresenta da solo l’antipodo) e Fantasmata inaugura un progetto di scritture automitobiografiche nelle quali l’io narrante si trova a far da ponte tra percezione e pensiero. Tra realtà e sogno, raggiunti i cinquant’anni ho dovuto fare una scelta; e progressivamente, con entusiasmo crescente, sono diventato un realista del sogno; in modi differenti, questi due libri testimoniano di tale passaggio. In forza del quale mi sento di poter dire che l’immaginazione è una promessa di felicità.

 

  1. L’opera in rosso è parola scritta col sangue?

Questa è una domanda particolarmente interessante, perché mi dà modo di dire un paio di cose cui tengo, e che non ho mai detto prima d’ora. La prima è che quando si parla di sangue in poesia, quasi sempre mi irrito. Ho letto di recente un discorso critico su De Angelis dove si parlava di sangue, appunto, e mi sono irritato. Va bene dire che la poesia è qualcosa di connaturato al sangue, che è il ritmo del sangue e altre ovvietà metaforiche del genere, ma io, per me, lascerei volentieri fuori il sangue dal discorso sulla poesia. La parola di L’opera in rosso è la parola di un uomo ferito, di un condannato a morte che si ritrova nudo, sospeso nello spazio interrogante che sta fra i nomi e le cose, ed è trafitto da così tante frecce, fuori e dentro di sé, da sembrare un istrice. Ogni poeta autentico, non è forse, in fondo, un facsimile laico di San Sebastiano al palo che geme, ma resiste imbrattato nel suo stesso sangue? La seconda cosa che voglio dire è che l’attualità politica e l’invadenza della logorrea giornalistica ci porta, oggi, a parlare di ius solis. Fuori dalla cronaca, e dall’opportunismo parlamentare che la alimenta, la mia antica formazione di germanista mi consente di ricordare che la combinazione dei criteri dello ius solis (la cittadinanza acquisita in virtù del luogo di nascita) e dello ius sanguinis (l’ereditarietà della cittadinanza) stava alla base del famigerato sintagma Blut und Boden, traducibile in “sangue e suolo”, o “sangue e terra”. Sarà per il retrogusto nazista che sento, ormai, in qualsiasi utilizzo “espressivistico” in letteratura della parola sangue, che essa non mi garba? Può darsi benissimo. La poesia è innanzitutto forma; forma che per grazia d’intuizione stilizzata si propone di interrompere il flusso del tempo, e la minaccia di non-senso che esso porta con sé. Ma se “tutto scorre”, se panta réi, come ha detto Eraclito, non c’è bisogno di scrivere col sangue, per provare a fissare ciò che si muove nell’artificio dell’Eterno. Basta il talento, molato e vivificato al fuoco della tradizione. Che il cuore sanguini, dovrebbe essere una precondizione del gesto poetico. Ma che la penna, ovvero, ormai, le dita che picchiano e insistono sulla tastiera, si siano ripulite da ogni stilla, prima che il corpo (il totus corpus del quale scrive il copista cassinese che detta l’incipit del mio libro) trovi il coraggio di mettersi al lavoro!

 

  1. Una poesia che non potrei non leggere?

Te ne dico due, di due sommi poeti del Primo Novecento – “Orfeo, Euridice, Hermes” di Rilke, e “Fra le bambine a scuola” di Yeats. Lette come si deve, sono due formule magiche d’ingresso all’antro del Tesoro Poetico, e non solo.

Alessia Bronico

 

opera in rosso morasso

da L’opera in rosso:

 

Scribere qui nescit, nullum putat

esse laborem: tres digiti scribunt,

totum corpusque laborat.

 

Davanti al Mac, io sono un amanuense medievale.

La psiche sulla punta delle dita

infastidita, iena che rode i rimasugli del pensiero,

fissa su un punto spirituale

radicato nel sangue, nelle profondità della carne.

Ogni potenza, dentro,

tenta di articolare la sua voce,

e io trascrivo,

ravvivo lontananze irriducibili in parole.

In me il passato non è morto. È qui,

mi lavora.

 

*

 

È tornato l’autunno,

batte il maestrale come un picchio alla finestra,

e fuori il freddo, i senzatetto, e il grigio,

il grigio dappertutto.

Leggo di una durissima sventura,

perciò ora fermo gli orologi

e mi raccolgo.

Caterinetta rinnovami, affinami al tuo bene.

Qualcosa cambierebbe sulla terra

se l’amor proprio si inchinasse a povertà.

 

*

 

 

TOTENTANZ

 

L’ultima notte? Ci sono molti modi per descriverla.

In certi c’è uno spettro

che l’imbottiglia come fosse una falena,

la rende sterile, la uccide.

In quello giusto c’è una forza

che la connette a tutto il resto,

la storia e il suo rosario,

ruotandola verso l’origine perpetua.

È una forza di grazia

che non sa nulla di traccianti e puntatori:

lei spalanca.

Nel suo riverbero ritorno a dire di mio padre,

le braccia di uno spettro che danzava

chissà in quale tensione disperata della mente

chiusa alla carne, rivolta all’invisibile.

 

Io supplicando

nell’ombra, stremato

a tutti i suoi tremori

 

e infine il gelo.

 

 

Massimo Morasso, genovese, 1964. Laureato in Lettere, germanista di formazione, si è dedicato alla poesia, alla saggistica, alla narrativa, alla traduzione, alla critica letteraria e alla critica d’arte. Della sua scrittura, si sono occupate numerose riviste (per un centinaio di titoli), antologie (anche Einaudi, San Paolo, Garzanti, Raffaelli, Archinto…), testate giornalistiche (fra le quali, in più occasioni, “Avvenire”, “Il Giornale”, “Libero” e “Corriere della Sera”, “Gazzetta di Parma”, “Il Tempo”), televisive (“Rai1”) e on-line (come, p.es., l’Atlante dei poeti italiani dell’Università di Bologna). Ha tradotto in volume Yvan Goll, Chaplinata (1995), William Butler Yeats, Calvario. La Resurrezione. Purgatorio (1995), Navarro Scott Momaday, La strana e veridica storia della mia vita con Billy the Kid (1996) ed Ernst Meister, Poesie (1999). Nel 1998 ha curato la riedizione integrale del “Supplemento Letterario del Mare”, il foglio italiano di Ezra Pound. Nel 2001 ha scritto la “Carta per la Terra e per l’Uomo”, un documento di etica ambientale sottoscritto da poeti di quarantotto diverse nazionalità, fra i quali sei premi Nobel per la Letteratura e sette premi Pulitzer per la Poesia. Ha collaborato e collabora con alcune riviste (“clanDestino”, “Humanitas” ,“Punto”, “Poesia”, “L’Indice dei Libri”, “Micromega”…) e ne dirige una. Ha pubblicato due libri apocrifi nel segno unico dell’attrice Vivien Leigh (Le poesie di Vivien Leigh, Marietti, 2005 e La vita intensa. I racconti di Vivien Leigh, Le Mani, 2009) e due monografie: una su Cristina Campo (In bianca maglia d’ortiche. Per un ritratto di Cristina Campo, Marietti, 2010) e una sul pittore William Congdon (Essere trasfigurato, Qiqajon, 2012). Un’ampia parte della sua produzione poetica compone il ciclo in tre nodi de Il portavoce (1995-2006), pubblicato in diverse plaquettes e raccolte con gli editori L’Obliquo, Raffaelli e Jaca Book ma non ancora raccolto in volume. I suoi ultimi libri editi sono Il mondo senza Benjamin (Moretti & Vitali, 2014), una raccolta di testi di varia natura ordinati entro un impianto narrativo “a mosaico”, la raccolta di versi L’opera in rosso (Passigli, 2016), Fantasmata (Lamantica, 2017) e Rilke feat Michelangelo (CartaCanta, 2017).

Il blu che vedi è mare — perìgeion

foto di Carmelo Fasolo di Francesco Tomada Scrivo queste righe di getto, sapendo già che non saranno politicamente corrette: sono i miei pensieri su Pierluigi e non un articolo di commemorazione, quelli usciranno su altre riviste e giornali e saranno tutti dovuti e meritati per quello che Pierluigi è […]

via Il blu che vedi è mare — perìgeion

«La luna mi fa donna fino all’alba»: Lea Ferranti poetessa dell’amore.

«La luna mi fa donna fino all’alba»: Lea Ferranti poetessa dell’amore.

 

Lea Ferranti nasce a Roma sotto il segno dell’acquario nel 1919. Vive e cresce con una famiglia di artisti, padre scultore e madre pianista. Si sposta tra la Toscana, il Lazio per poi stabilirsi definitivamente nelle Marche, ad Ascoli Piceno dove risiederà sino alla morte, nel 2003.

Scrive per molti anni senza mai pubblicare. Intorno agli anni ’50 cominciano ad uscire alcune sue poesie su riviste, giungono i premi, così nel 1969 dà alla luce la sua prima raccolta Donna di mais. Ne seguiranno moltissime altre. La Ferranti è anche corrispondente di riviste importanti, collabora con pagine locali de “Il Messaggero” e de “Il resto del Carlino”, ma senza percepire denaro, una scelta personale. Non si sposerà mai, punti fermi per la donna saranno la famiglia d’origine e la poesia che occuperà tutta la sua vita. La sua scrittura è stata oggetto di attenzione di diversi critici e scrittori: Bàrberi  Squarotti, Bufalino, Rao, Vizzari e altri.

Sono entrata in contatto con la poesia della Ferranti in maniera inaspettata. Un dono giunto questa estate: La luna sul balcone: poesie dal 1973 al 2001 è l’antologia curata dal professor Luciano Roncalli Benedetti, che raccoglie il meglio delle opere della poetessa, edita da Bastogi. Una vastissima produzione che ha trovato in me un lettore coinvolto e interessato.

lea ferranti
Lea Ferranti

Definita poetessa del mare e dell’amore, Lea Ferranti fa di questi due aspetti temi ricorrenti ma mai ripetitivi, noiosi, logori. Lo stile è sempre sorvegliato e elegante, la parola musicale e mai casuale, pochi aggettivi usati con parsimonia e scrupolo. Tramite i suoi versi è possibile conoscere la terra picena, la magia dei luoghi e la magia praticata nei luoghi in tempi remoti. È possibile conoscere un mare confidente, trovare un gabbiano fedele. C’è nei suoi testi il racconto della tradizione e dell’inevitabile progresso che ha ridotto gli aspetti della cultura contadina. La tradizione e l’industrializzazione si condensano nelle sue opere attraverso la rielaborazione del Mito. Protagonista assoluta delle sue raccolte è la parola, «con la poesia non si può barare» era solita dire.

La solitudine è l’altro leitmotv: «inguaribile malattia» scrive Maria Pia Beani nell’introduzione al volume, che la Ferranti cerca di dominare attraverso i suoi versi lievi; è sempre un dolore composto quello della poetessa, mai esagerato, mai disperante. Lea è una donna consapevole di sé, dei propri mezzi. Loi sosteneva che la Ferranti avesse la capacità di «dare alla parola il carattere di una scelta». Da queste quasi settecento pagine traggo una lezione di stile e di coerenza, immagini forti e chiare, l’originalità del dire di cose semplici, umane in modo raffinato.

Di seguito una scelta di poesie. Buona lettura.

 

 

NEL TEMPO DI UNA VITA

 

Sono la goccia che incide sul travertino

la fine del giorno

fragile radice cresco tra rocce e anfratti.

Mi sono chiesta

se anche Dio sbaglia e abbia mosso i primi peccati

piangendo nel vento di primavera.

Il Paradiso non basta in un giorno di smemoratezza

e stupisco della terra che stringe tra le mani

il cielo.

Dopo aver visto guerre sole piogge e mare

chi se n’è andato come talpa

morta nella tana

non credo che io possa ancora vedere l’umanità

con occhi diversi.

Sono certa:

mi addormenterò

col succo dei papaveri spremuto

sulla bocca.

E sarà tutto ciò che io donna

potrò compiere nell’arco di una vita.

 

 

CANTO DELLE RAGAZZE FUCILATE PER RAPPRESAGLIA

 

Genziane sbocciano dai nostri occhi

dolcemente

per noi la luna secca nel canneto.

Quella sera tenendoci per mano

pensavamo al nostro amore

in fuga sopra un camion.

Al melo fiorito

sotto cui eravamo state baciate

e le nostre trecce sapevano di menta e di viole.

Ora

abbiamo i piedi impigliati alle radici dell’ulivo

le mani bacche di ginepro.

Vorremmo una bara tutta bianca un vestito azzurro

e sul cuore

il fiore rosso del geranio.

Cademmo

colombe prese a tradimento

precipitando veloci per un rigo di sangue

sotto l’ala.

Solo ricordo: il tempo dolcissimo dell’alba

i pioppi oltre l’orizzonte.

Poi più nulla.

Non la casa il buio delle stanze

il primo amore.

Qui cademmo ed era primavera.

 

*

 

Gli onesti e i santi camminano per la stessa strada

E mai s’incontrano –

L’erba scolora i loro passi

E vanno alla deriva sbalorditi.

 

FARE IL MIELE

 

Fare il miele

non assolve l’ape dalla puntura

e per salvare una goccia

non si può seccare il mare.

 

 

*

 

Nessuno esiste

per nessuno.

Pure domani dimenticheremo

i nostri volti

la nube che è goccia

nella brocca

le ceneri di un fuoco

acceso altrove.

Il palpito di ciglia

sopra noi.

 

 

*

 

La farfalla schiacciata dal treno

Le due ali che non si possono

rammendare nemmeno a filo d’oro.

 

 

*

 

L’amore è come bruciarsi in due

nello stesso tronco. Onda di luce

che piano respira e si fa autunno.

 

 

*

 

Si ripete sempre l’errore

di crederci felici.

 

 

*

 

Neanche un monolocale la

porta di legno senza campanello.

E un caffè al mattino amaro se

non c’è lo zucchero. Trecento prefiche

coi capelli

spunduti

i piedi asinini

sulle scale.

Una boccia di acetilene a

Farmi luce e una pelle di lepre

per il freddo.

 

 

*

 

Strade tagliano campi di

grano

colline spinate di verde.

Le case una linea che

accieca

.

Io guardo lontano il Vettore

innevato nel basso azzurro

del cielo.

Rifiuto il sonno fino alle

lacrime e resto a cercare parole nuove

finché l’ultimo sole in fronte

mi muore.

 

 

*

 

La scala a chiocciola m’è necessaria

per vedere a occhi nudi

Altair

un posto dove mai sono stata.

Le statue che respirano la

colomba che cade a vite

e si fa cirro.

 

 

 

Per un approfondimento si consiglia la lettura della tesi di laurea di Alessio Alessandrini pubblicata in arcipelagoitaca.it.

 

 

Alessia Bronico

«Serve la capacità di rallentare»: intervista a Giovanni Agnoloni

«Serve la capacità di rallentare»: intervista a Giovanni Agnoloni

Ho avuto il piacere di leggere l’ultimo romanzo di Giovanni Agnoloni e lo ringrazio per avermi dato l’opportunità di colmare delle curiosità. Non è semplice trattare argomenti di attualità, non lo è perché quando si è parte attiva della questione, di qualsiasi natura, renderne l’evidenza richiede un atto di coraggio. E l’autore è capace di dirci una scottante verità attraverso pagine colme di prosa poetica.

L’ultimo angolo di mondo finito potrebbe sembrare un fantasy ma non lo è. Credo che in parte tu stia proiettando in un futuro non troppo lontano delle questioni, relative alla rete, di bruciante attualità. Può essere considerato un romanzo di formazione?

Hai colto diversi aspetti fondamentali. Non è assolutamente un fantasy, e ha solo parziali attinenze con la fantascienza. Io lo definisco un romanzo di “realismo arricchito”, nella misura in cui raffigura fenomeni che sono già in atto nella realtà (il controllo delle nostre vite da parte dei droni, la spersonalizzazione dei rapporti umani attraverso i dispositivi di connessione alla Rete, con la sostanziale trasformazione della società da “liquida” in “gassosa” e l’uniformazione dei modi di pensare indotta dal mercato dominato dalle multinazionali della comunicazione). Tuttavia, ottiene questo risultato spostando il baricentro dell’attenzione su un futuro leggermente al di là del presente (nel 2029, anche se la crisi di internet, nel primo romanzo della serie, Sentieri di notte, era iniziata nel 2025), così da portare i lettori a immaginare una possibile evoluzione della situazione attuale, attivando sani meccanismi di riflessione e di dubbio. E forse sì, è anche in parte un romanzo di formazione, perché i protagonisti (indipendentemente dalla loro età) sono individui che non hanno accettato l’omologazione mentale indotta dalla Rete e lo stato di rabbiosa frustrazione conseguente alla sua caduta, e si sono lasciati coinvolgere in una missione dai tratti sorprendenti, che li porta in definitiva a fare i conti con se stessi, e quindi a evolversi.

Leggendo il tuo romanzo ho subito pensato ad un brano dell’ultimo disco de Le luci della centrale elettrica, Iperconnessi, una canzone che affronta il tema della dipendenza dalla rete. Nel libro, però, assistiamo al crollo delle comunicazioni. Da questo evento scaturisce un mondo nuovo, un mondo in cui ci si rimette in movimento. Alla ricerca di che?

Il punto è proprio questo: cercare una nuova forma di connessione, che non neghi necessariamente gli aspetti positivi della tecnologia, ma senza dimenticare l’imprescindibile radicamento dell’essere umano nella natura, e anche tutta quella dimensione di ricerca interiore, di comunione intuitiva con l’altro, insomma quella dimensione del cuore e dello spirito, che troppa parte della cultura scientifica e tecnologica ha relegato in una sfera di “superstizione”, soffocando così un’irreprimibile esigenza dell’essere umano – che, come ben sappiamo, non vive di solo pane, e neanche di solo smartphone. Su questo verte il progetto in cui i protagonisti de L’ultimo angolo di mondo finito si ritrovano a loro insaputa coinvolti, guidato da una “regia” collocata appena al di là del limite dell’apparenza materiale delle cose. Ah, attenzione, non si tratta di un’opera esoterica, ma sicuramente di un lavoro dall’impronta filosofico-spirituale, calato in un contesto distopico-avventuroso.

Foto Giovanni Agnoloni (Odense)
Giovanni Agnoloni

Gli ologrammi presenti nella storia ci riportano al tema del doppio, è corretto?

Sì, ma non si tratta di un alter-ego, per così dire, contraddittorio rispetto alla natura della persona in questione (insomma, un Mr. Hyde vs Dr. Jekyll, ovvero “male” vs “controllo”). È piuttosto una versione “migliorata” dell’individuo, che lo riproduce nei suoi tratti fisici, ma soprattutto ne manifesta – appunto – le “migliori qualità”, ricostruite dagli agenti del Sistema informatico-tecnologico attraverso tutte le informazioni lasciate dagli utenti della Rete sui social media e non solo, quando la Rete ancora esisteva. Insomma, è una sorta di spin-doctor personalizzato, un maestro/amico, che, un po’ come nell’esperienza di Dorian Gray, dona un’illusione di sicurezza, non tanto attraverso una bellezza e una gioventù artificiose, quanto mediante una paradossale fiducia in se stessi eterodiretta (perché gli ologrammi in realtà possono orientare le scelte delle persone anche in ambito commerciale e politico). Il risultato, tuttavia, è consonante con l’esito finale dell’esperienza del celebre personaggio di Oscar Wilde, ovvero un avvizzimento/indebolimento potenzialmente mortale dell’identità della persona interessata, che nel mio libro inizia a svanire diventando essa stessa un’ombra impalpabile.

L’intero lavoro è percorso da un’intensa spiritualità. Quasi uno spazio di meditazione, un recupero di riflessione che oggi spesso ci neghiamo a causa dell’iperconnesione?

Esatto. Oggi la corsa al contatto all’interno della realtà virtuale ha sostanzialmente negato (o comunque notevolmente svalutato) lo spazio del silenzio interiore, della meditazione, della contemplazione e del raccoglimento – in senso tanto artistico quanto spirituale. Viviamo in una condizione di costante horror vacui, ovvero di una paura di quel sano vuoto rigenerante che si crea nello spirito centrato in se stesso. E questo succede perché si tende sempre a “rincorrere” gli altri, a cercare di apparire, offrendo un’immagine di sé accattivante o, al contrario, facendo esibizione delle proprie fragilità sui social media, con atteggiamento profondamente narcisistico. Da qui la mia provocazione: suggerire, attraverso un’ipotetica fine di internet, quell’idea di silenzio mediatico che può diventare – anche in un mondo in cui internet ancora esiste – uno spunto per cercare dentro di sé il contatto con la sfera della propria vocazione, il nucleo del Desiderio, cioè di quello che veramente sentiamo come nostro scopo di vita, e la forza per perseguirlo. Che si sia credenti o meno, è solo partendo da questa coscienza di sé che si possono costruire dei rapporti umani, e quindi una società, caratterizzati dai giusti equilibri.

Ho incontrato spesso la parola ascolto, mi ha colpito perché è una parola che mi è cara. L’iperconnessione ci ha reso potenzialmente più vicini ma fattivamente meno predisposti all’ascolto? Perché secondo te?

Per le ragioni che accennavo sopra. Tutto è velocizzato e tremendamente “pratico”, il che fa un gran comodo, per carità (penso anche alle funzionalità degli smartphone), ma porta a comprimere pericolosamente lo spazio del respiro, fisico e interiore, e dunque la capacità di inserire, in questo eccesso di “rumore ambientale”, i silenzi a cui facevo riferimento prima. Serve la capacità di rallentare, almeno a tratti, intonandosi a una misura di pace e di armonia che nascono da dentro, dove sono tutte le risposte, o per lo meno quelle più cruciali. Come? Per esempio, alternando l’uso degli apparecchi tecnologici con la carta e altri materiali naturali, o semplicemente con la contemplazione del paesaggio e il dialogo vis-à-vis con le persone. Poco “figo”? Fate la prova, o voi iperconnessi, e ditemi come starete.

Quanta importanza ha la musica in questo lavoro?

L’ultimo angolo di mondo finito è un romanzo intrinsecamente musicale, e non solo per i riferimenti che contiene alla storia dei Beatles e perché ha tra i suoi protagonisti un chitarrista e compositore. Il fatto è che ogni parola è stata scelta sulla base di un flusso interiore intrinsecamente musicale, dove ogni singolo verbo, sostantivo, aggettivo e via dicendo ha una funzione non solo logica, ma armonica, e quindi conta molto per la sua valenza timbrica e ritmica. È un libro che è stato ripetutamente revisionato leggendolo a voce alta e, appunto, ascoltandolo. Perché la radice di ogni fenomeno naturale è l’energia (che è anche scrigno dello spirito), e l’energia si esprime attraverso il suono, la vibrazione di fondo dell’universo. Ogni opera letteraria e musicale dovrebbe intonarsi a questa evidenza di base, suggerendo al lettore/ascoltatore un itinerario di ritorno a quella Fonte che vibra dentro ognuno di noi, e che per me è Dio.

Un altro tema presente è quello della solitudine. La solitudine è all’opposto dell’omologazione?

Sì, sono d’accordo. La persona sola è inevitabilmente refrattaria all’omologazione. Ma attenzione, io non parlo della solitudine in cui si ritrae chi soffre di forme patologiche di alterigia o, al contrario, di timidezza – che di per sé non sono un bene. Parlo della sana capacità di prendere le distanze dagli altri e dal caos del mondo per fare un passo dentro se stessi, e lì trovare la giusta misura, per poi percorrere la propria strada anche in mezzo agli altri, e così offrire un contributo irripetibile, perché scaturente non da un “format” imposto dall’esterno, ma dalla propria unicità creativa.

La tua è una prosa scorrevole e poetica. Quali sono i poeti che più ami?

Amo molto i lirici greci, su tutti Saffo, Alceo e Alcmane, ma anche gli immortali Dante Alighieri e Giacomo Leopardi, e ancora gli Ermetici, soprattutto Ungaretti, ma anche certa produzione di Andrea Zanzotto. In ambito internazionale, ho molto amato la poesia di Federico García Lorca e quella di Wisława Szymborska. In generale, amo la poesia contemplativa ed essenziale, che nell’asciuttezza sa esprimere contenuti abissali. E questi tratti, insieme alle letture di romanzieri che sento affini alle mie corde narrative (penso a José Saramago, a Stanisław Lem e a Bruno Schulz, solo per fare alcuni esempi) hanno indubbiamente alimentato e continuano ad alimentare la mia prosa.

Alessia Bronico

L'ultimo angolo di mondo finito (copertina)

2029. Internet è crollato da quasi quattro anni in Europa, e la crisi della comunicazione si è ormai estesa alla telefonia, mentre le principali città sono state gradualmente invase da ologrammi intelligenti, “cloni” immateriali in grado di orientare il comportamento delle persone. Negli Stati Uniti il sabotaggio della Rete ordito dal movimento degli Anonimi è fallito, e internet è rinato grazie a un progetto di copertura wireless mediante l’uso di droni. Sospese tra questi due grandi poli di eventi, si svolgono le vicende di Kasper Van der Maart, spintosi fino a New York sulle tracce della scrittrice Kristine Klemens, scomparsa nel nulla, e di quattro affiliati degli Anonimi impegnati nella ricerca delle fonti di misteriosi segnali elettromagnetici, possibili sorgenti di una nuova Rete europea: Emanuela, che esplora la Bosnia, Aurelio, che attraversa il Portogallo, e i fratelli Ahmed e Amina, spersi nel Sud Italia. Queste indagini incrociate porteranno alla luce sorprendenti verità nascoste, legate al contesto politico e tecnologico generale ma anche al passato dei protagonisti, per i quali si schiuderà un orizzonte di percezioni capace di connetterli tutti, creando un ponte di comunicazione con chi è già “al di là del confine”. Dopo Sentieri di notte (già pubblicato anche in Spagna e in Polonia), Partita di anime e La casa degli anonimi, L’ultimo angolo di mondo finito conclude la serie della fine di internet e rivela, nel suo epilogo, l’identità e lo scopo della mente che fin dall’inizio ha tessuto le fila degli avvenimenti.

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976) è scrittore, traduttore e blogger. È autore dei romanzi Sentieri di notte (2012; pubblicato in spagnolo come Senderos de noche, El Barco Ebrio 2014, e in polacco come Ścieżki nocy, Serenissima 2016), Partita di anime (2014) e La casa degli anonimi (2014), tutti editi da Galaad Edizioni. Ha inoltre pubblicato tre saggi imperniati sulle opere di J.R.R. Tolkien, ed è curatore di una raccolta internazionale di articoli sul tema. Ospite di residenze letterarie, festival e conferenze in Europa e Stati Uniti, ha tradotto libri di Jorge Mario Bergoglio, Amir Valle, Peter Straub e Noble Smith, e saggi su J.R.R. Tolkien e Roberto Bolaño, ed è un esponente del movimento letterario connettivista. Collabora con i blog La Poesia e lo Spirito, Lankenauta e Postpopuli.

Il suo sito è http://giovanniag.wordpress.com

 

L’ispirazione è uno stato di grazia: intervista a Vito Moretti

L’ispirazione è uno stato di grazia: intervista a Vito Moretti

Vito Moretti è uno scrittore e docente universitario di Letteratura italiana all’Università Gabriele D’Annunzio. Originario di San Vito Chietino, ha esordito molto giovane come poeta e successivamente si è dedicato all’insegnamento e alla saggistica. In particolare è autore di molti studi sul verismo e sul decadentismo, si è occupato sia di autori abruzzesi che di altre regioni ed ha riportato alla luce numerosi carteggi di autori fondamentali. Per la sua attività poetica ha ricevuto premi molto importanti tra cui il Pontremoli, lo Scanno, il Bari Magna Grecia, il Versilia e altri.  Vito è inoltre e soprattutto un uomo molto gentile, cosa rara di questi tempi, in cui anche la gentilezza è facilmente simulabile e simulata.

1) Come nascono le tue ispirazioni poetiche e narrative?

Nessuno può dire come e perché, ad un certo punto, giungano delle parole a circolare nella mente e a prendere la forma insolita della poesia o quella più piana e lineare di una prosa. Da un certo momento in poi, con la maturità, mi sono fatto abbastanza attento a sentirle, quelle parole, e a farle mie, a piegarle alla mia voce e alle mie necessità. È uno stato di grazia, sostanzialmente, un dono, un bacio che possono accadere ovunque, e che, quando accade, ti apre l’anima, ti fa essere ciò che neanche pensavi. E tutto questo è iniziato senza una ragione evidente, intorno ai miei quindici anni, e ancora oggi continua, recandomi le emozioni che fanno la mia vita. Altro non so.

2) Il dialetto: lingua di espressione poetica di molti tuoi testi e spesso oggetto di alcuni tuoi studi. Cosa significa nella tua vita, non solo letteraria, il dialetto?

Il vernacolo è la lingua domestica. È quella che ho sentito pronunciare fin dai primi momenti a casa, dalla bocca dei miei, e nel paese, dagli amici e dai coetanei. In quell’orizzonte di affetti e di esistenza sono cresciuto e ho via via consolidato i miei anni dell’infanzia e dell’adolescenza. L’italiano è stata la lingua della formazione scolastica e culturale, che si è innestata, tuttavia, nel cuore di quell’antico ceppo, trovandovi anche molti benefici, pregnanze linguistiche e modalità espressive che mi sono molto care. In poesia uso da sempre, e senza difficoltà, le due lingue. In genere la scelta dell’una o dell’altra dipende dal primo verso: se viene, infatti, in dialetto, la poesia sarà in dialetto; se viene, invece, in italiano, il resto sarà nella lingua di Dante. Ma accade anche che, in corso d’opera, per dir così, le due lingue si richiamino reciprocamente e si completino. Anche questo credo sia il miracolo della poesia.

3) La tua vita di scrittore è sempre andata di pari passo con quella di professore unive

rsitario. Quali le reciproche influenze tra le due professioni ?

Il mio esordio è stato quello di poeta, nel settembre del 1968, con una smilza raccolta di versi presa da una cartella in cui mettevo tutto il meglio e tutto il peggio di quegli stessi anni. Da allora ho avvertito anche il bisogno di accostare, alla mia s

crittura creativa, un serio ed onesto lavoro di ricerca e di scavo critico, al fine di comprendere meglio la natura e la vicenda della creatività.

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Questo mi ha permesso di guadagnare una cattedra universitaria e di lucrare di uno stipendio sicuro, con cui ho potuto far fronte al pagamento delle bollette e ai conti dell’emporio, ma devo confessare che, dopo un po’, compresi l’impossibilità di spiegare l’essenza della poesia, sicché, tralasciando ogni ambizione, ho poi tenuto separate le due attività, che hanno viaggiato, e che viaggiano ancor oggi, su binari propri.

 

4) Nel campo della critica, sono noti i tuoi studi sul Settecento, su D’Annunzio e su molti autori appartenenti alle correnti verista e decadente. Indica ai nostri lettori, nomi di scrittori meno noti al grande pubblico, che invece a tuo parere andrebbero riscoperti.

Più che da riscoprire, andrebbero letti meglio sia Parini che Carducci, e forse anche D’Annunzio; da leggere, invece, e da studiare con serietà, il Settecento meridionale, che è tutto trascurato, con Delfico, Galliani, Ferrante e un centinaio di altri intellettuali e giornalisti di grande talento. C’è poi il verismo regionale, quell’orizzonte di cultura post-unitaria che respirava le atmosfere della terra natìa, i contenuti del dettato antropologico e le risorse originali della dialettalità, con i nomi, almeno, di Mezzanotte e di Ciampoli, ma più Ciampoli, direi, perché seppe anche andare oltre se stesso e dedicarsi allo studio dell’”invisibile”, che è pure il titolo di un suo bel romanzo che sto riproponendo al pubblico con una ristampa. Andrebbe però aggiunto che nell’ultimo mezzo secolo la letteratura in Abruzzo ha conosciuto, nonostante la sciagurata indifferenza, una floridissima stagione di voci e di proposte.

 

5) L’Abruzzo ha prodotto in passato un numero importante di scrittori. Si tratta soltanto di un caso o forse c’è qualcosa di speciale in questa terra da consentire tali talenti? E del futuro letterario abruzzese e delle sue nuove voci cosa pensi?

È vero. Entro i perimetri geografici della nostra regione si è sviluppata, nel corso dei secoli, una fitta e rilevante attività sia culturale, in genere, che letteraria in particolare. Il bello è che questa attività venne anche asportata nel resto della penisola, dove ha fruttificato ulteriormente. Cito solo l’esempio del teatro veneziano del Seicento, che ebbe negli abruzzesi i suoi maggiori esponenti. Ma di ogni età si potrebbero additare esperienze di grande rilievo. La ragione di tutto questo? È difficile da dire. Certo, l’Abruzzo ha avuto intensi rapporti con le civiltà della penisola balcanica, e ancora oggi la costa adriatica e la vita marinara hanno parole ed espressioni apprese nel corso di quelle relazioni. Altri lunghi rapporti l’Abruzzo li tenne con le Puglie, con il Napoletano, con le città del Lazio, con le Marche e persino con la Toscana. I Medici avevano il possesso di interi paesi, come Pescocostanzo, e tennero il diritto di privativa sulla lana della Marsica e sulla seta di Penne. Tutto questo aveva un ruolo non solo economico, come si comprende, ma anche di stimolo culturale. Del resto, il confronto è stato sempre, per le comunità e per gli individui, un motivo di progresso e di miglioramento. Per il futuro, non saprei. Oggi in Abruzzo si vive una bella stagione di proposte, e sarebbe compito nostro, della scuola e della società civile preservarla e consegnarla a chi viene dopo. Occorre pensare che nulla ci è dato come un diritto intangibile e che la debolezza potrebbe farci perdere tante conquiste. Occorre esserne consapevole.

 

6) La letteratura e Facebook, binomio ormai inscindibile. Quali sono le tue opinioni a riguardo?

Sono le stesse di Umberto Eco. Facebook ha permesso a tutti di vivere un bel livello di socializzazione, con uno scambio collettivo e notevolissimo di informazioni. Non s’era mai avuto, nel passato, una possibilità di interagire e di conoscere come nei tempi più recenti. Ma questo fatto ha permesso che anche i cretini, gli arroganti, i portatori di pregiudizi e di raffreddamenti cerebrali si mettessero al centro della piazza virtuale e asserissero le proprie idiozie, le più scoppiettanti. Certo, si può far finta di nulla e procedere oltre; ma è questo l’atteggiamento più consono? È sempre corretto far finta di niente? Ho i miei dubbi, e tuttavia so pure che lo strumento è importante e che occorre usarlo nel modo che torni utile alle proprie necessità conoscitive.

Valentina Di Cesare

Adyton – Diana Maat

Adyton – Diana Maat

Diana Maat è lo pseudonimo della giovane poetessa campana che si è aggiudicata la vittoria della XXII edizione del concorso letterario “Ossi di Seppia”. Studiosa di tarocchi rinascimentali si laurea in Lettere. Diana rimanda alla mente la dea delle selve, i culti lunari e segreti delle streghe, i misteri indecifrabili della natura. Maat è la dea egizia che rappresenta l’ordine cosmico ed è connessa alla prova della pesatura del cuore.Adyton350

Ho incontrato Diana ad Arma di Taggia, la sua poesia mi è giunta fluida e serena. Nel 2015 pubblica “Adyton” per i tipi della casa editrice Kipple Officina Libraria. Nella premessa è l’autrice stessa a raccontarci il parto delle sue poesie, in gran numero avvenuto accanto ad un faggio di cinquecento anni, alla vista delle sue sorelle danzanti per la luna piena o nel tempo della raccolta delle erbe.

Diana Maat in questi suoi versi misterici ci invita ad intraprendere un viaggio, un viaggio segreto e a tratti destabilizzante. Quella che si snoda tra le diverse sezioni è una poesia della natura, una poesia magica abitata da dei, animali, erbe e piante. Spunta un «bucaneve tra le torri», «palme», ortiche, la rosa canina, il basilico, il timo, le more, i mirti; bestie selvagge, cigni, lepri, vipere… serpenti guardiani della saggezza, custodi del sapere, abitanti del ventre della Madre Terra.

interista felice a Diana Maat350È «Eden» e poi «Inferno»,  serafini ed «angeli obliqui», polpastrelli e sangue e riti magici. È una poesia selvaggia e pacificante allo stesso tempo, detentrice di verità e di misteri, una poesia terrificante e rassicurante. I versi della Sacerdotessa contengono l’«eco notturno», il canto, il silenzio, promesse e sacrifici, la morte e la rinascita. Decifrare è inutile, bisogna leggere, sedersi nel cerchio, partecipare al cosmo, sentire scorrere la musicalità dei versi, accogliere le parole semplici eppure potenti. Io ho fatto così. Ho permesso a Diana Maat di essermi da guida nel viaggio sapiente, e sto ancora camminando nella Natura.

Di seguito vi propongo alcuni estratti dal libro, che merita la lettura integrale.

Ascolta:

nel seggio

scorre

la linfa del Creato.

Ma io matta di te

mi agito,

e avida del tuo

delirio,

voglio scucirti il ventre

e poi mangiare,

le larve del sogno

 

*

 

Silenzio.

Nelle mie mani crescono le erbe,

nel mio grembo tremano le eclissi.

Ma tu chiamasti i venti a farmi guerra,

mentre urlavo insieme ai folli

sotto l’arco dei leoni.

 

*

 

Ero legata e mi persi

tra fontane di luce,

o passi d’angeliche forme!

Ora sono sporca

del grumo più nero:

e tu non dire a nessuno,

come gioisco sul patibolo.

 

*

 

Con i guanti neri

allineavi

bacche di ginepro sullo specchio.

Com’era caro, e gentile il caprifoglio,

o melodioso corno!

Hai tagliato in due il mio labbro

come si spacca un frutto:

una parte per la luce,

l’altra per l’oscuro.

 

Intervista breve

  1. Perché scrivere con uno pseudonimo?

Per essere libera dalla carne, il corpo al poeta non serve a niente.

  1. Come definiresti la felicità?

Come il silenzio dopo un lungo mantra tra gli alberi.

  1. Che rapporto ha con la natura Diana Maat?

È il rapporto d’amore che una figlia ha per sua madre: canto il corpo sacro della Dea, la porta della Vita, la casa armoniosa di tutti gli esseri.

  1. La poesia ha una componente magica?

E… Sciamanica, ditirambica…

  1. Mi sembra che in “Adyton” non compaia mai la parola amore, né il verbo amare. È un sentimento in cui non credi?

È il sentimento che guida tutte le mie azioni, il segreto che ho nascosto nell’Adyton. È una parola così sacra e potente che quasi mi spaventa pronunciarla.

  1. Chi è un poeta?

Messere il vento, voce gentil di primavera.

  1. Leggere “Adyton” è come percorrere una parte del tuo cammino. Che importanza ha il viaggio in questa raccolta?

È la Gioia! Lo spirito si desta, vuole far festa, il viaggio lo condurrà a Casa.

  1. Un poeta di cui non puoi fare a meno?

Messere il vento, voce gentil di primavera.

9. Diana Maat è?

Figlia della Luna, sposa di Virgilio, madre di tutti gli incantesimi.

  1. Consigliami un libro, un luogo, un sentimento.

La Dea bianca di R. Graves; la bocca del Vesuvio; la compassione.

 

Alessia Bronico

Combattimento e Amore: intervista a Lamberto Garzia

Combattimento e Amore: intervista a Lamberto Garzia

Esistono venti di cambiamento e nel 2014 questo vento rivoluzionario ha soffiato parole nuove. Il suo nome è Shiai e Ai,  raccolta poetica di Lamberto Garzia pubblicata nel febbraio 2014 per i tipi della casa editrice effigie. Non c’è pretesa alcuna da parte mia di darne una lettura critica, solo la volontà di condividerne la meraviglia.

shiai e ai
Shiai e Ai

Il libro di Garzia ha avuto un effetto magico, ha ridestato in me il senso poetico, ha riaperto i canali dell’amore. Un lavoro unico, «il libro più coraggioso e più importante degli ultimi vent’anni» come l’autore stesso dice in un’intervista a Postpospuli. «Ecco finalmente un libro guerriero!», così esordisce Milo De Angelis nella postfazione.

Shiai: combattimento, ed è duello tra gli amanti, potere e sottomissione, amplessi e suppliche, «shime waza» e «arashi», uno scambio tra «sensei» e «deshi» alla ricerca di un automatismo corretto, dell’equilibrio.

Il filo rosso del destino armonioso

L’uomo d’occidente capirà tardi che nello shiai della vita

utile sarebbe stato uno scambiare leale sentimento e carne:

dove uke e tori in Amore dal filo rosso si fanno amalgamare…

– e non una chimera il mono non aware.

Ai: amore, ed è un «un libro finalmente d’amore» scrive Giuseppe Conte. Un amore guerriero, amore e «Kiai», e danze improvvisate, fruscii di kimono, pennellate sullo «shoji», ed è primavera, corteggiamento e lotta, scorticamenti e parole sussurate all’orecchio: «osae» e atto d’amore.

Opprimere sul cuore

Nel randori d’Amore bisognerebbe abolire

lo shime waza al cuore, pensava la donna d’oriente,

guardandosi allo specchio di falso metallo;

e sul suo chibusa non fiori di ciliegio e petali

a fare da cascata, ma seme di uomo d’occidente.

Shiai e Ai, non può esserci amore senza combattimento, che rivelazione!

Il filo rosso del destino armonioso

L’uomo d’occidente capirà tardi che nello shiai della vita

utile sarebbe stato uno scambiare leale sentimento e carne:

dove uke e tori in Amore dal filo rosso si fanno amalgamare…

– e non una chimera il mono non aware.lamberto garzia

Questo di Lamberto Garzia è un libro straordinario, finalmente una poesia nuova. Assolve ad un compito difficile: far convivere oriente ed occidente in perfetta stabilità. Sebbene l’autore ci fornisca un utile glossario, non è necessario consultarlo continuamente, i testi fluiscono con tale naturalezza da non rendere affatto difficoltose le variazioni di linguaggio. Conte ci dice che siamo di fronte ad un libro «di disperazione, di ribellione, di gioia che sarebbe un peccato contro la vita non leggere».

Supplica d’Amore

La donna risalendo la valle profonda non tenta

ottomila abluzioni e chissà quali le purificazioni.

La donna risalendo la valle profonda

appese fuori dal suo appartamento una ema

nella quale vi era calligrafata una semplice,

cristallina, sobria preghiera:

Kami che governi il cuore concedimi

almeno un solo primo sorgere di vero amore…

Questi ultimi i miei versi prediletti. Non ho detto molto. È vero. Capita quando ci s’imbatte nei capolavori. Shiai e Ai è un capolavoro, lo è. Opere di questa portata parlano da sole, contengono già tutte le parole necessarie alla comprensione.

Ritsurei.

Breve intervista

  1. Nel 2006 hai pubblicato Un poeta tra le righe. La poesia raccontata ai bambini dagli 8 agli 80 anni. Dimmi, che pubblico è quello dei bambini?

Il libro al quale fai riferimento, se debbo essere sincero, mi è stato commissionato. Per scriverlo, chiedendo ausilio collaborativo ad amici, ho tenuto sempre in mente l’opera di Giambattista Vico (“Il più sublime lavoro della poesia è alle cose insensate dare senso e passione, ed è proprietà de’ fanciulli di prender cose inanimate tra mani e, trastullandosi, favellarvi come se fussero, quelle, persone vive. Questa degnità filologico-filosofica ne appruova che gli uomini del mondo fanciullo, per natura, furono sublimi poeti”) e cercato di fare frutto della mia esperienza su alcuni corsi che ho tenuto sulla creatività versificatoria nelle scuole elementari, tralasciando quelli alle medie e alle superiori che poco mi hanno lasciato, per non parlare di quelli universitari.

Il pubblico dei bambini riesce ad essere molto attento, a patto che si riesca, inizialmente, a fargli vivere la poesia come un “trastullo” linguistico, metaforico ed allegorico.

2.  Che cosa ti ha insegnato la vita e cosa la poesia?

La “Vita”, senza addentrarsi in questioni attinenti la filosofia, la teologia e la biologia, mi ha insegnato che La vita è meravigliosa (Frank Capra docet); nutro seri dubbi sull’abitare l’esistenza, e poco di supporto il rasoio di Occam o l’antirasoio di Chatton.

La poesia a far rimanere costante la mia idea di ribellione verso parte del tutto e in parte di tutti. Ma qui bisognerebbe tornare al periodo del prima adolescenza, quando improvviso e vulcanico ribollì in me uno smodato desiderio anelante la disperata ricerca di Libertà. Non sapevo e come quale strada o palude malsana intraprendere, ma si presentò a me, sotto forma di ammiccante sodale, Poesia, e la mia conoscenza delle arti in genere era ad un livello ancora più basso dell’approssimativo. Poesia: nuda, vera, quartanaria. Non potei fare a meno che accoglierla e dare inizio al “categorico traghettamento monorematico” Anche se forse avrebbe dovuto ragguagliarmi, aggiungere parola e suggerirmi di adottare severe precauzioni, ma non lo fece: Lei, la febbrile, Lei a scegliere me e non io a scegliere Lei: la camerata célibatarie, vestale senza veli, e adesso tout est bu, tout est mangé! Plus rien à dire!

  1. Lo senti terminato quello che chiami categorico traghettamento monorematico, e la Libertà l’hai trovata, ti senti libero? 

 Il traghettamento no, la Libertà e il sentirmi Libero credo, approssimativamente, di sì, diciamo di sì… ma quante indescrivibili battaglie, agguati, trappole, troppo, troppe le rovine materiali e spirituali lasciate alle spalle. Forse non lo rifarei… non lo consiglierei, d’altronde basta vedermi od ascoltarmi e leggermi come in questo istante.

  1. Se dovessi scegliere uno solo dei tuoi versi da portare nel futuro, quale sarebbe?

    Lo so, papà, che per ora non scrivo più … Ma, e se mi è concesso, vorrei riportare per intero la poesia, è assai semplice, scritta nel 1990, apparsa in volume nel 1997 e poi ritornata, per chiara pusillanimità, nella seziona più atrofica della mia anima: in topaia.

(Après la chanson)

Lo so, papà, che per ora non scrivo più

di duelli, o di quello che era oro

e del suo affranto e affannoso ricercare.

Ma è una paura di non arrivare

a ciò che tu vorresti io arrivassi:

a quell’età più grande della mia

e che assomiglia nel colore dei capelli

alla tua.

Ma che terrore di grattacielo

vedere il tuo tempo attraversarti

inesorabile e definitivo:

ed io inerme, e inutile la spada,

e inutile io.

  1. Hai scritto anche per il teatro e Shiai e Ai (Effigie, 2014) sarà messo in scena. Qual è il punto d’incontro tra poesia e teatro secondo te?

Il Teatro di Poesia fruisce in me un edificante godimento estetico; di questo ne ho scritto e ne ho avuto fortuna di vederlo rappresentato ed ho anche organizzato delle specifiche manifestazioni. Ma su un punto sono categorico: l’autore crea, l’attore interpreta a suo modo ciò che è stato creato, ricreando. Non gradisco il poeta in scena. Non mi piace, ma forse è dovuto al fatto di essere prevenuto, o più meschinamente che sono io a nutrire una sorta di benevola idiosincrasia verso uno specifico spazio e di fronte ad indeterminati auditori, immagini di Bacon.

  1. Stai scrivendo, pubblicazioni in programma?

No, forse perché sto rielaborando, e questo assai probabilmente è clinicamente preoccupante, molti lavori compresi dal 1989 al 2016, aggiungendo una manciata di testi mai apparsi in rivista e volume. Sto pensando ad un titolo da circa tre mesi, ne ho in mente alcuni: “Libero con Febbre”, dove i rimandi sono all’ Ovidio de I Fasti (Libro III) ed al Pascoli  dell’Ecloga XI (Sive ovis peculiaris), “Febbre (in) Febbraio” ed io sono nato il 5 febbraio,  “Libero senza Libera”, dove vi è una dichiarata eco alla mitologia classica romana e ad un aver ubbidito ai comandi tassativi e sfrenati dei despoti cinque sensi,  eccetera. Vorrei inviarlo prima dell’estate al mio editore ufficiale Effigie od un altro sempre milanese che ha da poco creato, al suo interno, una importante collana di poesia. Dico ufficiale, perché il volume edito nel 2016 col titolo “Autoritratto con divano” da una da me non tanto stimata piccola casa editrice altro non è stato che voler vedere stampati parte dei miei vecchi testi con molte note a piè di pagina, appurare se vi era una resa grafica/estetica ed altre cosucce, tutto meramente qua. Inizialmente volevo stamparne una singola copia con il self-publishing, ma poi ho avuto questa proposta ed ho, profittandone, vanitosamente accettato, tenendo conto che avevo anche un iniziale modesto ritorno economico. Et tout le reste est littérature…

GARZIA - AUTORITRATTO SCHEDA350
Autoritratto con divano
  1. Perché il tuo vivere abbastanza appartato, il tuo rimanere fuori da un determinato ambiente letterario, quello che conta e che hai frequentato nel passato?

Diciamo che preferisco frequentare alcuni amici passati che sono rimasti tali nel presente e spero nel futuro. Diciamo che molti discorsi che si infarciscono in specifici ambienti letterari mi affliggono, et l’Angoisse atroce, despotique, sur mon…  e poi, da buon anarchico, non amo per niente le varie consorterie artistiche, un bieco agire altamente utilitarista, null’altro. Diciamo che preferisco altri tipi di “aggregazione” e dalle forti tinte edonistico tattili, e chi vuole intendere intenda…  Ô fangeuse grandeur! sublime ignominie… e poi quell’atteggiarsi nell’idea del “tragico”, essere nella Tragedia: null’altro di più grottesco: noi, la nostra Italia, il Paese che ha inventato la Commedia dell’Arte, lasciamo perdere…

  1. Letture attuali

Pochissima narrativa, con spirito umile e neofita mi sto interessando da due annetti alla neurologia estetica, agli scritti di  Vilayanur Subramanian Ramachandran, di Semir Zeki e di Vittorio Gallese. E in altro campo, ma sempre tra virgolette scientifico, i libri dell’incantevole psichiatra piemontese Eugenio Borgna .

Non tanti libri in versi,  sì alcuni/e giovani che mi piacciono e per fare due nomi a titolo dimostrativo tu ed Eleonora Rimolo. Quasi per niente un non discreto numero di quegli autori attuali con l’alloro plastificato cinto sulla testa, perché non mi danno emozione. Ma, a questo punto mi sono posto una intransigente domanda: ma se questi glorificati poeti non li ritengo bravi poeti ed altri, a miriadi di grappoli sapienziali, li reputano eccelsi, vuole forse dire che sono io a non capirci un belin, un parastate di me stesso? Di fronte all’irresolutezza del quesito, da quasi due anni, ho depulso in me qualsiasi tentazione scribatoria, compreso il non leggere più, per il momento, alcun verso loro; forse il futuro sarà più benevolo ed io sentirmi meno belinone, meno càntaru…

  1. Fammi un dono: la tua poesia prediletta di Beaudelaire.

Debbo fare una premessa: Baudeleaire, che adoro, è un poeta che ho letto e leggo con timore e tremore, riesce a penetrarmi chirurgicamente il cervello con i suoi versi punteruolati . Se devo sceglierne una direi “L’aube spiritelle”.

Alessia Bronico

 

Lamberto Garzia, nato a Sanremo nel 1965.

Ha vissuto prevalentemente tra Nizza, Roma (baracca adiacente a quella di Valentino Zeichen), l’Abruzzo (le sue origini da parte materna) e la Liguria, dove attualmente risiede.

Pubblicazioni:

La Chanson de Lambert, 1997 (prefazione di Giuseppe Conte)

Leda, 2003, (prefazione di Claudio Damiani)

SHIAI E AI – Combattimento e Amore, 2014 (postfazione di Milo De Angelis)

Svolge attività di operatore culturale, oltre che attento e cuorioso lettore della giovane poesia italiana, che cerca di promuovere grazie al Premio “OSSI DI SEPPIA”, nel quale da venticinque anni copre l’incarico di segretario ed organizzatore.

«Alla poesia il silenzio non serve, perché la poesia è tutto fuorché silenzio»: intervista ad Andrea Bassani.

«Alla poesia il silenzio non serve, perché la poesia è tutto fuorché silenzio»: intervista ad Andrea Bassani.

 

Nel 2016 l’autore bergamasco Andrea Bassani pubblica la sua ultima raccolta poetica Lechitiel per i tipi di Terra d’ulivi edizioni. I suoi versi sono stati per me una cura, uno spazio di identificazione e riconoscimento, a volte un atto contemplativo e magico. Bassani è un poeta delicato e d’altri tempi che racconta con linguaggio semplice e musicale, che dice del dolore, dell’amore e della perdita, che parlando di sé parla a tutti noi, di tutti noi.

VI

Non regalate ai poeti altre parole,

non sanno che farsene.

I poeti non temono il dolore:

li trovi ancora là, nell’ora dell’addio,

in un limbo atemporale

dove non esiste la morte

e non esiste la vita.

 

Non regalate ai poeti il vostro cuore,

non vi ameranno:

loro vegliano giorno e notte,

la salma assente del corpo amato

nella camera ardente

del vuoto d’amore.

 

Non cercate di salvare i poeti,

non vi seguiranno:

non usciranno per voi dall’inferno,

perché sognano di poterlo commuovere

e per questo riavere dalle fiamme

tutto quello che gli è stato negato.

Andrea Bassani
Andrea Bassani
  1. Può un poeta allontanare il desiderio?

Un asceta, un monaco buddista. Un uomo che abbia raggiunto un alto livello di coscienza spirituale può superare il desiderio. Dunque anche un poeta, ma non in quanto poeta, purché abbia conseguito tale raro stadio interiore. Difficilissimo incontrare individuo, per di più se occidentale, capace di allontanarsi dal suo desiderio. L’umanità è per sua stessa natura simile a quelle canne sbattute dal vento, il vento dei desideri. Un poeta, in qualità di poeta, può sublimare un desiderio, può smussarlo e contemplarlo in ogni suo movimento, ma sempre restando legato ad esso per quella medesima poesia che ne ha modificato nome e forma.

  1. Lechitiel, da il nome al poema, è l’angelo della consolazione che distoglie dal desiderio del suicidio e sostenne Gesù del Getsemani nell’ora della prova. Che ruolo ha nella tua vita?

Lechitiel significa letteralmente “consolazione di Dio”, ciò che io ritengo attuino i nostri custodi invisibili servendosi anche della poesia, di un certo tipo di poesia, ammesso che ne esista un altro tipo. La poesia è costituita da parole, come la preghiera, come la magia. Dunque la poesia è divenuta nel mio vivere un’invocazione evocativa: invoca, evocando, qualcosa o qualcuno che interviene intelligentemente sul mio essere nel momento della debolezza, del cedimento. Questo qualcosa o qualcuno mi sostiene, mi consola, mi dà forza, mi spiega l’inspiegabile. Talvolta addirittura mi risolleva. Questo qualcosa o qualcuno io l’ho riconosciuto nella figura di Lechitiel: una bellezza compassionevole che plana sul dolore umano e viene in soccorso e porta amore e beltà, là dove altrimenti sarebbe solo un orrore privo di senso.

  1. Il tuo è un linguaggio semplice, molto musicale, hai la capacità di suonare per chi legge. Dico bene?

Il mio è un linguaggio semplice che affronta tematiche meno semplici, chiaramente, però il linguaggio non è volutamente semplice e non è volutamente musicale. Nasce così. In ultimo attuo un labor limae sul verso, ma non scelgo di essere né semplice né musicale.

  1. Silenzio e dolore sono elementi indispensabili ad un poeta?

Il dolore è nella natura dell’uomo, non vedo come se ne possa fare a meno. L’uomo è un’incarnazione dolorosa. Il silenzio non è indispensabile. Nel momento in cui c’è la percezione poetica non c’è silenzio. Quando sopraggiunge la poesia siamo fuori dal silenzio, c’è un apparente silenzio che non tace, che non è silenzioso. Il silenzio chiede Lechitiel-A-220x320solo silenzio. Alla poesia il silenzio non serve, perché la poesia è tutto fuorché silenzio. La poesia è un dire finanche del silenzio.

  1. «Vuoi sapere chi rimane? / Te lo dirò in parole povere: / resta la poesia. Il resto scompare.» Qual è il passaggio tra il prima e il dopo?

Il passaggio c’è ma non è afferrabile perché possa essere descritto: per questo è poesia. Il momento della perdita è impercettibile. Ti accorgi di aver perduto quando hai già perduto. Il dogma del passaggio sta in questa impercettibilità, nell’ incapacità di afferrare questo tempo fantasma in cui ciò che fu diventa mancato e rimane poesia.

  1. La tua è poesia che si trasforma in preghiera?

In Lechitiel la poesia nasce e si fa preghiera, acquisisce una coscienza tale per cui, successivamente, già nasce preghiera, matura, cosciente, e stavolta è la preghiera a farsi poesia, ma una poesia diversa da quella originale. Una poesia che non è più appiglio di sopravvivenza per restare in piedi, per non rovinare, ma qualcosa di più: è una poesia che si fa strada, viatico. Questa è la morale invisibile del poema.

  1. Hai messo in ordine scrivendo?

Che scrivere sia mettere in ordine non è una verità universale, ma è una verità mia, perché è l’effetto che ha su di me. Scrivere è quello che ottiene l’atto di scrivere per l’essere scrivente.  Non ho finito di mettere in ordine, perché non è possibile se non con la morte. Il pianeta terra è una dimensione di caos, la stessa interiorità umana lo è: dentro di noi c’è disordine, un disordine naturale che però siamo chiamati a risolvere, io credo.  Quindi scrivo come chi cataloga. E archivio i miei faldoni, da qualche parte.

Scrivere, per me, non è una contemplazione del caos, ma un atto di forza sul caos. È un po’ come quando il fantino, sul cavallo imbizzarrito, cerca di riprendere il controllo stringendo le redini.

  1. Amore e Bellezza coincidono?

Amore e bellezza possono coincidere. La coincidenza di amore e bellezza è una manifestazione divina e pure l’amore senza la bellezza, se amore è una manifestazione divina. Ma la bellezza senza amore non ha niente di divino né di buono, anzi direi che è una terra piuttosto pericolosa, talvolta letale.

  1. Dove risiede la felicità, nella rinuncia?

La felicità non risiede nella rinuncia. La rinuncia, però, è importante per ottenere dei traguardi spirituali che sono fondamentali per avere una qualche possibilità di ottenere una felicità, perché la felicità deve essere uno stato di coscienza perpetuo; se è temporale è una soddisfazione,  non una felicità. Quello di cui sono certo è che la felicità non è in grado di giungere per mezzo di situazioni materiali, perché la materia non conferisce la continuità.

  1. In biografia si cita Alda Merini, donami una delle sue poesie a te più care.

Ti farò dono di una citazione a me cara, per restare in tema con l’ultima domanda che mi hai posto: «La migliore vendetta? La felicità. Non c’è cosa che faccia più impazzire la gente del vederti felice».

Alessia Bronico

Andrea Bassani nasce a Bergamo nel 1980. All’età di diciannove anni, insieme a un gruppo di amici, costituisce una blues band del quale è cantante e si esibisce in locali notturni lombardi. A ventitré anni compone i primi versi e si avvicina con interesse al mondo della letteratura. A venticinque anni stampa la sua prima raccolta di poesie dal titolo Amore Androgeno (Edizioni d’arte Imedea).

Andrea bassani 2
Andrea Bassani

Nello stesso anno incontra la poetessa milanese Alda Merini, alla quale sottopone i suoi scritti. Durante un secondo incontro la stessa poetessa lo invita a proseguire sulla strada della versificazione con più alte ambizioni. Per Alberto Casiraghy pubblica la plaquette Mare (Pulcinoelefante) con un disegno di Giacomo Pellegrini. Nel 2007, in seguito a un’importante conversione spirituale, lascia famiglia, amici, lavoro e si trasferisce a Pistoia. Trascorre cinque anni d’inattività artistica durante i quali si dedica allo studio delle filosofie orientali e al volontariato. Solo nel 2013, a seguito dell’incontro col prof. Ernesto Marchese, relatore di una serie di conferenze sulla poesia classica e contemporanea, ricomincia a scrivere. Una sua silloge tratta dal poema Lechitiel è pubblicata e recensita dalla poetessa Maria Grazia Calandrone sulla rivista internazionale “Poesia” del Febbraio 2016 (n°312). Otto inediti vengono pubblicati su Nazione Indiana. Riceve due lettere di critica positiva dal Cardinale Gianfranco Ravasi. Pubblica nel 2016 per “Terra d’Ulivi edizioni” il poema Lechitiel. Il suo cantico della bellezza viene letto nelle sale affrescate del comune di Pistoia dalla compagnia teatrale “il rubino”. Partecipa a reading letterari e collabora con importanti personalità della letteratura contemporanea. Alcune sue poesie si possono ascoltare su canali youtube interpretate da Domenico Pelini, Grazia Gloria Apisa, Daniele Campanari e dall’autore stesso.